Voices / gennaio 2012

 

Giornali in crisi e il dilemma digitale. Tra paywall e convergenza editoriale

di - 25 gennaio 2012 alle 10:40

1990 – 2010. Ovvero i vent’anni che hanno sconvolto l’editoria. Sotto l’attacco congiunto delle piattaforme online e della Grande crisi del 2008, gli imperi di carta si sono trasformati in regni traballanti. Sotto assedio.
E’ soprattutto l’editoria che fa informazione, pubblica giornali e periodici a soffrire pesanti perdite economiche. Si vende di meno e, nello stesso tempo, complici le difficoltà dei grandi investitori, la raccolta pubblicitaria è crollata. Una tempesta perfetta.

Il fenomeno interessa tutto l’Occidente. A partire dagli Stati Uniti d’America, il paese dove il giornalismo – inteso anche come sistema di potere – è diventato quello che tutti conosciamo. Le cifre non lasciano dubbi. Negli Usa il numero dei giornali venduti ogni giorno è sceso a 43 milioni di copie, rispetto al record di 63 milioni registrato venticinque anni fa. Stessa sorte per le entrate pubblicitarie. Nel 2002 il volume degli investimenti in pubblicità ha toccato quota 47 miliardi di dollari, nel 2009 non si sono superati i 36 (“L’ultima notizia – Dalla crisi degli imperi di carta al paradosso dell’era di vetro”, pagina 18, Massimo Gaggi, Marco Bardazzi, Rizzoli, inoltre sull’argomento  “Pubblicità: i ricavi dei quotidiani Usa calano ai livelli di 25 anni fa”, via Libertà di stampa diritto all’informazione).
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Con il telefono in montagna, da mero strumento per comunicazioni all’orientamento GPS on line

di - 20 gennaio 2012 alle 14:35

Vado in montagna da 25 anni e quando ho cominciato si andava con carta topografica e bussola, con il rischio di perdersi o addirittura di morire.  Il cellulare e internet e la loro evoluzione hanno cambiato radicalmente le mie modalità di fruizione della montagna.

Monte Nerone - Foto di Luigi Russo

Negli anni ’90 la copertura del segnale per telefonia mobile era limitata a poche zone del fondovalle e il telefono era lo strumento che riaccendevo una volta arrivato all’auto, per comunicare che l’escursione era finita e sarei tornato a casa in macchina di li a qualche ora.
Poi la copertura del territorio è andata via via aumentando, e [ Leggi tutto ]

 
 

Wikipedia e il wikisciopero

di - 18 gennaio 2012 alle 14:50

Nelle quarantadue ore tra le 20 di martedì 4 ottobre e le 14 di giovedì 6 ottobre legioni di italiani, dagli studenti che dovevano fare una ricerca agli internauti che volevano semplicemente controllare un’informazione (ma chissà, forse anche parecchi giornalisti hanno fatto parte della categoria…) si sono improvvisamente trovati in brache di tela. Aprendo una qualsiasi pagina di Wikipedia in lingua italiana, infatti, campeggiava sempre lo stesso avviso: «Cara lettrice, caro lettore, in queste ore Wikipedia in lingua italiana rischia di non poter più continuare a fornire quel servizio che nel corso degli anni ti è stato utile e che adesso, come al solito, stavi cercando. La pagina che volevi leggere esiste ed è solo nascosta, ma c’è il rischio che fra poco si sia costretti a cancellarla davvero» seguito da una lenzuolata di spiegazioni più dettagliate. Credo che quella settimana il comma 29 dell’articolo 1 del disegno di legge sulle intercettazioni (DDL al momento tornato in naftalina…) sia diventato uno dei testi più noti agli italiani: risultato indubbiamente incredibile, a pensarci su.
Io ho seguito la vicenda da un punto di vista assolutamente privilegiato: sono infatti il portavoce di Wikimedia Italia (portavoce ad interim, finché non verrà assunto qualcuno che sappia davvero fare quel lavoro… è vero che io lo sto facendo gratuitamente, ma non è esattamente il mio campo) e così ho passato quarantott’ore di fuoco con i telefoni che continuavano a squillare perché i giornalisti volevano sapere di tutto di più e gli utenti e amministratori di Wikipedia in italiano che avevano attuato il blocco avevano scelto di non apparire con il loro nome. Ora che del “Comma 29″ non se ne parla più, può valere la pena spiegare un po’ meglio cosa è successo, e rispondere ad alcune delle obiezioni che mi sono sentito fare.

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Casa, dolce casa

di - 11 gennaio 2012 alle 15:42

In principio fu il personal computer. Quando, a partire dagli anni ‘80, i ricercatori sociali inaugurarono lo studio delle tecnologie quotidiane e del loro consumo, tra i primi aggeggi a capitare tra le loro mani ci furono i cosiddetti microcomputer – “micro” non perché particolarmente miniaturizzati, ma dalle dimensioni contenute, almeno a paragone dei loro immediati predecessori. Ma invece di rigirarseli tra i pollici, gli studiosi entrarono dalle case: per vedere dove venivano posizionati i computer, come venivano vissuti e usati, e parlarne con le famiglie. Osservare da vicino quello che accadeva tra le mura domestiche era all’epoca un must: così avevano fatto i pionieri dell’etnografia dei media – come James Lull, o Dorothy Hobson, o Janice Radway – per indagare cosa succedeva davvero tra un testo e i suoi lettori, tra un apparecchio radio e i suoi ascoltatori, tra un teleschermo e i suoi spettatori, al di là degli allarmismi degli “apocalittici”.

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Come farsi trovare sul Web

di - 9 gennaio 2012 alle 12:21

Internet ha una dimensione talmente vasta (e in continua evoluzione) che occorre mettere in campo delle specifiche strategie per riuscire ad essere trovati nella rete. Queste tecniche sono note con l’acronimo inglese  SEO, Search Engine Optimization (vedi la voce su Wikipedia). Potrebbe sembrare una materia complessa e per pochi, e forse spinta al suo estremo lo è, ma può essere utile e almeno in parte alla portata anche del più piccolo dei siti.

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