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L’editoria digitale – Gallizio

di - 19 marzo 2012 alle 10:15

Dopo Gino Roncaglia, prosegue il nostro appuntamento con l’editoria digitale: l’esperto di questa settimana è Gallizio.
Gli abbiamo rivolto alcune domande su  le “99 idee per l’editoria“, realizzate in collaborazione con Mario Pischedda.

Dopo Lutero, Gallizio. Credi davvero che l’editoria elettronica possa definirsi scismatica rispetto a quella tradizionale?
Più che uno scisma, direi che stiamo assistendo a un grande mutamento nelle scritture (al plurale!) che per la prima volta non si traducono direttamente nell’editoria. Dopo il boom degli sms, i social network hanno fatto sì che moltissime persone abbiano iniziato a scrivere, e quindi in un certo senso a pubblicarsi. Questo passaggio ha messo in crisi la sovranità dell’editore, che fino ad oggi aveva sempre avuto l’ultima parola su cosa avesse dignità di stampa. È indubbio che la qualità delle scritture da social network sia molto variabile, ma quel che conta per capire il cambiamento è che cambiato il loro ritmo, l’intensità del loro fluire nel loro essere interconnesse in tempo reale. Scritture eccedenti e impubblicabili, eppure le piattaforme di pubblicazione come Twitter, Facebook e Google stanno dando luogo alla più grande operazione editoriale della storia. Il risultato è che il libro, questa grande mamma che da secoli sta cullando la parola che si fa scrittura, per la prima volta non tiene più il passo. La distanza che separa gli autori dai lettori si è accorciata molto: grazie alla connessione, chi legge sempre più spesso si fa sentire scrivendo il proprio feedback, non di rado qualificato, attento, appassionato. E’ paradossale: da un lato l’inaudito, ovvero il lettore che si mette a scrivere su un piano effettuale, aprendo una breccia nel santuario non più inviolabile della scrittura, dell’autorialità; dall’altro l’inevitabile, ovvero il prendere atto che i lettori sono il primo vero asset di un autore (e di un editore), per cui è impensabile non assecondarli o non seguirli in questa fase di passaggio. Sono cambiamenti netti, che ancora non si sono fissati in una forma. Ma stanno accadendo ora, mettendo in gioco il paradigma stesso dell’editoria. E gli editori si trovano in una situazione scomoda, fuori dalla confort zone in cui controllavano l’accesso ai mezzi di produzione e di distribuzione, e non sano bene come regolarsi con queste scritture. Insomma, se vogliamo parlare di scisma, direi che più che l’editoria elettronica è il composito mondo di chi scrive, di fatto, a essere scismatico.

Nelle tue 99 tesi mi pare tu ritenga che il digitale sia quasi più un effetto che una causa: siamo passati dalla “lettura borghese” agli scrittolettori, dai grandi feuilleton alla scrittura interstiziale. Ho capito bene? Ci spiegheresti un po’ meglio che intendi?
Noi siamo così tanto figli del concetto libro, lo diamo talmente per scontato, che ci dimentichiamo che quella del libro a stampa è una tecnologia e non qualcosa di innato. Il libro e la lettura hanno un punto di nascita, lontano nel tempo ma ben preciso. Penso che le tecnologie digitali un effetto ce l’hanno effettivamente avuto: hanno cambiato il modo in cui consideriamo la scrittura. E l’hanno cambiata perché il vivere connessi sta cambiando il nostro approccio mentale: ora comunichiamo molti a molti e il risultato è che il pensiero lineare, le specializzazioni e le competenze non sono più la strada maestra per processare l’informazione e la conoscenza. Franco Bolelli a mio avviso lo ha spiegato molto bene: abbiamo cambiato il modo in cui scriviamo perché la tecnologia abilita la nostra sensibilità personale, la nostra varietà individuale: ora siamo post-tecnologici. In fin dei conti, le relazioni sociali che stiamo rimodellando ci fanno ottenere un credito personale; è questo credito che ci permette di scrivere senza voler o dover cercare per forza la mediazione di un editore.

Vincenzo Agnetti, Libri dimenticati a memoria (1969) courtesy Galleria Civica di Arte Moderna, Castello di Portofino

Per quanto riguarda la scrittura interstiziale, penso che la sua ascesa sia una diretta conseguenza del nostro essere always-on, del nostro compulsare rapsodico e un po’ folle sui touch-screen dei telefonini. Se le scritture sono diventate un flusso insondabile di dati, che non potendo abbracciare in toto finiamo per processare a campione e a spezzoni, ecco che nasce il culto del frammento, la necessità di lavorare a brani, sui brandelli. Twitter è paradigmatico, ma anche Facebook non è poi così diverso da questo punto di vista. Indubbiamente questa non è ancora il paradigma compiuto dell’editoria: ma è comunque il suo presente, non il futuro. Senz’altro un presente avanzato, non ancora mainstream, ma sarebbe folle ignorarlo editorialmente. Quello che manca è sicuramente la nascita di un genere letterario che sublimi questa scrittura frammentaria, insomma un nuovo standard, se non un nuovo linguaggio tout-court. Come editore il mio obiettivo e la mia scommessa sono cercare autori con cui inventare il nuovo fumetto, il nuovo cinema per le scritture liquide e interstiziali.

Oggi anche i libri in formato epub o awz non sono poi molto diversi dal testo classico. Ci sono stati esperimenti multimediali, ma mi sembrano un fiasco. Pensi che sarà ancora così nei prossimi anni?
Nel passaggio al digitale bisogna distinguere due operazioni completamente diverse: la digitalizzazione del catalogo (il libro digitalizzato) e il libro digitale. Diciamolo: per un editore tradizionale, pubblicare un epub o un mobi non è poi così diverso dal fare le edizioni cartacee rilegata e tascabile. Il libro attuale è un sistema chiuso: per quanto riguarda il contenuto, cambia poco che sia cartaceo o elettronico. Quello che cambia davvero è che un ebook standard, chiuso, duplicabile, ha costo marginale virtualmente nullo, e quindi tenderà a portare anche il ricavo marginale a zero. Ne deriva che in futuro (ma visti gli economica direi in un futuro molto prossimo) l’autore non ricaverà più la maggior parte dei suoi guadagni dalle provvigioni dei libri in catalogo, ma dovrà cercarli proprio nell’interazione tra scrittore e lettori. E su questo il ruolo dell’editore ha ancora molto da dare, purché accettiamo che la definizione di editore sta cambiando: non più imprenditore dell’hardware, che controlla i mezzi di produzione e di distribuzione dei tomi a stampa, ma imprenditore di software, che propone la propria piattaforma di pubblicazione come un possibile luogo d’incontro tra scrittori e lettori, mediati dal suo filtro e dalla sua reputazione. Proprio questo ruolo nell’offrire una piattaforma d’incontro tra scritture e letture mi porta a definire Google, Facebook e Twitter come i più rilevanti editori contemporanei. Editori atipici, che producono contenuti senza entrare mai nel merito di cosa viene scritto, ma facilitando in tutti i modi lo scambio e la contaminazione delle scritture e delle esperienze. Il passo successivo è concepire delle piattaforme appositamente studiate per la narrazione: storify ha aperto le danze due anni fa e ora abbiamo esperimenti davvero interessanti e promettenti come cowbird, una piccola community appositamente pensata per lo storytelling.

La scrittura per me può essere paragonata al denaro elettronico: come dicevo sopra, oggi è l’editore che investe su un libro, domani una persona si autopubblicherà investendo direttamente il capitale di fiducia e di reputazione che si è andato creando nel tempo, innescando così una nuova combinazione tra l’autore che scrive e il lettore che legge.

Come pensi sarà il mercato nel 2015, sia dal punto di vista degli editori che da quello dei lettori? Quale sarà la percentuale dei libri tradizionali?
Fare il Nostradamus è impossibile; non tento nemmeno di dare stime percentuali. Penso però che in futuro avremo un “mercato dei nonlettori”, insomma un mercato interstiziale tutto da inventare. Del resto il mercato della lettura è maturo, saturo, con costi strutturali difficili da abbattere e scarsamente contendibile. Il mercato della nonlettura, invece, ovvero il mercato derivato che propone ai lettori contenuti culturali da fruire nell’interstizio è un continente pressoché inesplorato. Le persone sono disposte a pagare per i contenuti (vedi Apple Store e Android Market, ora ribrandizzato in Google Play), ma non per contenuti statici, lenti, di ovvia reperibilità. Il nonlettore ha bisogno di stimoli culturali forti, ma frammentati, istantanei, spesso visivi (vedi l’irresistibile ascesa delle infografiche). Il problema della lettura e del suo mercato è che richiedono un investimento enorme in termini di attenzione e di focalizzazione, un investimento che sempre meno spesso, magari a malincuore, siamo in grado di permetterci. Per la nonlettura servono contenuti che abbattano e by-passino la barriera di attenzione necessaria per immergersi nella lettura. Ormai anche il vissuto della lettura tradizionale sta cambiando, contaminato dalla nostra evoluzione post-tecnologica: quando leggo un libro mi accorgo che devo inserirlo in un modo o nell’altro nelle dinamiche di rete: magari ci twitto su (è quella che io chiamo “scrittura derivata”), oppure faccio una ricerca in rete sull’autore. Il lettore è dunque sempre più connesso: pensiamo a siti come aNobii e Goodreads, che sono abbozzi di social media con temi collegati ai libri. Il mercato futuro sarà insomma un ecosistema in cui informazioni, dati, scritture non siano un diversivo rispetto alla lettura, ma ne facciano parte a tempo pieno: con la necessità però che questi input e output siano per così dire rispettosi e permettano di potersi immergere nella bolla della lettura pur rimanendo connessi.

Tu sei un editore digitale, ma collabori anche con un grande editore tradizionale come Mondadori. Trovi difficile conciliare i due approcci, che immagino siano ben diversi?
Beh, il mio impegno come editore digitale è nato proprio delle mie consulenze con l’editoria tradizionale! A me interessa il processo editoriale, vedere come una macchina editoriale possa cambiare rotta in presenza di un nuovo paradigma. La mia sperimentazione come editore digitale ha senso solo se la si immerge nel mondo dell’editoria attuale: direi insomma che i due approcci si alimentano l’un l’altro.


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Breve biografia di Gallizio

Filippo Pretolani aka gallizio, founder gallizio editore.
Dopo dieci anni nella comunicazione corporate si occupa di progetti editoriali in ambito digital marketing.
Con mafe de baggis ha scritto un saggio su come cambiano le guide turistiche, pubblicato nel volume “Viaggi in Rete” (a cura di Roberta Milano e Mario Gerosa, Franco Angeli 2011).
Nel 2010 ha fondato gallizio editore, la prima casa editrice che non pubblica libri, né ebook ma piattaforme come pleens.

1 commento a “L’editoria digitale – Gallizio”
 
mrio scrive:

altro che le idiozie di michelino, condivido questo pensiero tutto, anche le virgole

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