<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Voices Telecom Italia Blog</title>
	<atom:link href="http://voices.telecomitaliahub.it/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://voices.telecomitaliahub.it</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Wed, 12 Jun 2013 09:52:38 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.5.1</generator>
		<item>
		<title>Foodblogger si, ma green</title>
		<link>http://voices.telecomitaliahub.it/2013/06/foodblogger-si-ma-green/</link>
		<comments>http://voices.telecomitaliahub.it/2013/06/foodblogger-si-ma-green/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 12 Jun 2013 09:52:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>amarituda</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[amarituda]]></category>
		<category><![CDATA[carta dei foodblogger]]></category>
		<category><![CDATA[foodblogger]]></category>
		<category><![CDATA[foodblogger green]]></category>
		<category><![CDATA[foodies]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://voices.telecomitaliahub.it/?p=3517</guid>
		<description><![CDATA[Adesso non so come oggi vada a voi: ma per quelli come me, che hanno fatto le scuole a cavallo degli anni ’80 e ’90, il tema sull’inquinamento era un must. Ti capitava almeno due volte l’anno… o meglio te lo facevi capitare. La traccia stava lì, e ti ci aggrappavi quando, ammettiamolo, la preparazione sulla traccia di letteratura non era delle migliori. Io ne faccio pubblica ammissione. È stato così che tema dopo tema, ho sviluppato la mia coscienza ecologica: capirete bene, il periodo del liceo, i primi amori, non è che una poteva stare sempre a studiare il Foscolo, suvvia. &#160; La questione è che, secondo me, i professori lo sapevano e te la mettevano apposta la scappatoia! Così, ok che non avevi studiato, ma almeno qualche riflessione di buon senso eri costretto a farla, e falla oggi e falla domani alla fine te ne convincevi pure. Per [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Adesso non so come oggi vada a voi: ma per quelli come me, che hanno fatto le scuole a cavallo degli anni ’80 e ’90, il tema sull’inquinamento era un must. Ti capitava almeno due volte l’anno… o meglio te lo facevi capitare. La traccia stava lì, e ti ci aggrappavi quando, ammettiamolo, la preparazione sulla traccia di letteratura non era delle migliori. Io ne faccio pubblica ammissione. È stato così che tema dopo tema, ho sviluppato la mia coscienza ecologica: capirete bene, il periodo del liceo, i primi amori, non è che una poteva stare sempre a studiare il Foscolo, suvvia.</p>
<p><span id="more-3517"></span></p>
<div id="attachment_3530" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><a href="http://voices.telecomitaliahub.it/wp-content/uploads/2013/06/la_carta_bis.jpg"><img class="size-full wp-image-3530 " alt="La carta dei Foodblogger" src="http://voices.telecomitaliahub.it/wp-content/uploads/2013/06/la_carta_bis.jpg" width="500" height="750" /></a><p class="wp-caption-text"><em>La carta dei Foodblogger</em></p></div>
<p>&nbsp;</p>
<p>La questione è che, secondo me, i professori lo sapevano e te la mettevano apposta la scappatoia! Così, ok che non avevi studiato, ma almeno qualche riflessione di buon senso eri costretto a farla, e falla oggi e falla domani alla fine te ne convincevi pure<b>. </b>Per me, almeno, è andata così.</p>
<p>Dopo le scuole, la questione ecologica era ormai diventata una questione privata, un modus operandi.  Mai e poi mai avrei pensato che ne avrei scritto o che ne avrei pubblicamente parlato, insomma che mi sarei trovata nuovamente ad affrontare il “tema”. Poi un bel giorno sono stata  coinvolta da <a href="http://www.food140.it/">Food140</a> nel progetto della carta dei foodblogger, e sono pure stata tra i primi firmatari.</p>
<p>Ebbene sì: io che credevo che con raccolta differenziata e col consumo consapevole avevo la coscienza più o meno a posto, sono stata di nuovo invitata a una riflessione sulla necessaria cura da riservare all’ambiente che ci circonda. L’occasione per la riflessione è stato l’Eco Food Day  dove durante tutta la giornata alla maniera delle food blogger si sono affrontati i vari temi ambientali legati al mondo del blogging e del cibo. <a href="http://solopergusto.myblog.it/archive/2012/10/23/20-ottobre-2012-eco-food-day-io-c-ero.html">Qui</a> sul mio blog la cronaca della giornata. Ma parliamo della carta. Si tratta in tutto di dieci principi orientati a perseguire la tutela ambientale, che spaziano dall’impegno di migrare il proprio blog su server ad energia pulita allo scrivere post che promuovano le pratiche di sostenibilità in ambito food, fino ad arrivare alla divulgazione di ricette orientate a diminuire il consumo di carne rossa, per dirne giusto alcuni.</p>
<p>La questione è sempre la stessa, come concludevo all’epoca ogni tema sull’inquinamento: ognuno di noi può fare qualcosa. O meglio si può fare di più e soprattutto senza essere eroi, come guarda caso si cantava proprio in quegli anni. Quindi, che voi siate  foodblogger  o meno, andate <a href="http://www.food140.it/eco-food-day/109-la-carta-dei-foodblogger">qua</a> e leggete la carta, ma soprattutto: meditate gente, meditate, che fa solo bene. A me, a voi, a tutti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Si ringraziano Ramona Pizzano e Laura Casaldi di Food140 per la fotografia gentilmente cocessa.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://voices.telecomitaliahub.it/2013/06/foodblogger-si-ma-green/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La democrazia a km 0 della città resiliente.</title>
		<link>http://voices.telecomitaliahub.it/2013/06/la-democrazia-a-km-0-della-citta-resiliente/</link>
		<comments>http://voices.telecomitaliahub.it/2013/06/la-democrazia-a-km-0-della-citta-resiliente/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 05 Jun 2013 08:30:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Lotito</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[agtivismo]]></category>
		<category><![CDATA[città]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[hacktivismo]]></category>
		<category><![CDATA[opengov]]></category>
		<category><![CDATA[orti]]></category>
		<category><![CDATA[resilienza]]></category>
		<category><![CDATA[Roma]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://voices.telecomitaliahub.it/?p=3496</guid>
		<description><![CDATA[Come noto, in occasione delle recenti votazioni per l’elezione del sindaco di Roma il partito più numeroso è stato quello dell’astensione. Un segnale così forte ci dà la misura della distanza che si è creata tra gli elettori e la rappresentanza politica. Mi sono chiesto se possa esistere un modo per ridurre questa distanza. Una possibilità potrebbe essere ripartire dal basso e costruire una città diversa? Quale modello di città? L’economista Stefano Bartolini, immaginando una “città relazionale”, propone la limitazione dell’uso dell’auto privata per fare in modo che i cittadini usino i trasporti pubblici; la moltiplicazione di piazze, parchi, isole pedonali, marciapiedi spaziosi, centri sportivi; la diffusione delle aree pedonali nelle vicinanze del mare, dei laghi, dei fiumi con relative reti pedonali e ciclabili, tra loro collegate. Il sociologo e scrittore statunitense Richard Sennett suggerisce agli urbanisti di liberare le energie delle comunità, oggi “recintate&#8221; dai limiti disegnati dai flussi [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Come noto, in occasione delle recenti votazioni per l’elezione del sindaco di Roma il partito più numeroso è stato quello dell’astensione.<br />
Un segnale così forte ci dà la misura della distanza che si è creata tra gli elettori e la rappresentanza politica.<br />
Mi sono chiesto se possa esistere un modo per ridurre questa distanza.<br />
Una possibilità potrebbe essere ripartire dal basso e costruire una città diversa?<span id="more-3496"></span></p>
<p><strong>Quale modello di città?</strong></p>
<p>L’economista Stefano Bartolini, immaginando una “<strong>città relazionale</strong>”, propone la limitazione dell’uso dell’auto privata per fare in modo che i cittadini usino i trasporti pubblici; la moltiplicazione di piazze, parchi, isole pedonali, marciapiedi spaziosi, centri sportivi; la diffusione delle aree pedonali nelle vicinanze del mare, dei laghi, dei fiumi con relative reti pedonali e ciclabili, tra loro collegate.<br />
Il sociologo e scrittore statunitense Richard Sennett suggerisce agli urbanisti di <strong>liberare le energie delle comunità, oggi “recintate&#8221;</strong> dai limiti disegnati dai flussi di traffico, affinché possano aprirsi nuove strade all’evoluzione sociale e culturale.<br />
Serge Latouche (il noto sostenitore della decrescita conviviale e locale) immagina <strong>tanti piccoli villaggi urbani al posto dei quartieri</strong>, dove ciclisti e pedoni utilizzano energie rinnovabili, riscoprendo il piacere di “gironzolare” grazie ad una maggiore disponibilità di tempo.<br />
Per rafforzare la <em>resilienza</em> di una comunità (la capacità cioè di reagire positivamente alle difficoltà), Latouche suggerisce anche di reintrodurre la produzione propria di ortaggi, l’agricoltura di prossimità, incentivare le piccole unità artigianali, e moltiplicare le sorgenti di energia rinnovabile”.</p>
<div id="attachment_3501" class="wp-caption aligncenter" style="width: 610px"><a href="http://voices.telecomitaliahub.it/wp-content/uploads/2013/06/gg.jpg"><img class="size-full wp-image-3501 " title="Guerilla Gardening a Londra" alt="Guerilla Gardening a Londra - Foto Nicoletta Valdisteno" src="http://voices.telecomitaliahub.it/wp-content/uploads/2013/06/gg.jpg" width="600" height="399" /></a><p class="wp-caption-text">Guerilla Gardening a Londra</p></div>
<p><strong>Sono solo utopie?</strong></p>
<p>Non per tutti, a giudicare dal ricorso crescente a queste soluzioni, un tempo giudicate “alternative”.<br />
Anche in Italia si moltiplicano infatti i casi di orti urbani (spesso orti sinergici), aumentano le “Città in Transizione”, il diffondersi di soluzioni abitative comunitarie come il co-housing o gli ecovillaggi, il ricorso alla sharing economy ed al consumo collaborativo dei Gruppi d’Acquisto, l’adozione di monete locali.</p>
<p><strong>Il ritorno al “saper fare”.</strong></p>
<p><strong></strong>C’è un filo sottile che unisce gli spacciatori di pasta madre agli ortisti urbani, le Università del Saper Fare a raduni dei makers, le ciclofficine agli esperimenti dei pionieri dell’open source ecology.</p>
<p>E’ <strong>la voglia di recuperare capacità pratiche andate perdute negli ultimi decenni.</strong><br />
Gustavo Esteba, intellettuale messicano fondatore dell’Università della Terra, commentando quanto sta accadendo nel suo paese (spazi occupati, fermento negli ambienti universitari, librerie, biblioteche, ciclofficine, guerrilla gardening), ha definito questo insieme di piccoli gesti “<strong>dispersione quotidiana ribelle</strong>”.<br />
“Le rivoluzioni che cambiano sono le rivoluzioni silenziose,<strong> quelle delle piccole azioni quotidiane delle persone comuni e dei loro gesti apparentemente del tutto marginal</strong>i. Sono quelle le radici invisibili di ogni cambiamento”.</p>
<p><strong>Democrazia a km 0.</strong></p>
<p>Ma si tratta solo di esempi fortemente simbolici, utili più che altro per creare nuove forme di cittadinanza, oppure siamo di fronte ad un profondo cambiamento?<br />
Mettere le mani in terra per seminare non è poi così diverso da smontare e rimontare un componente hardware per carpirne i segreti.<br />
«<strong>I nostri nonni hanno hackerato per noi i segreti della terra</strong>, hanno smontato e rimontato pezzo a pezzo il puzzle della natura, hanno cercato di capire e modificare quello che avevano tra le mani” ha scritto Carlo Gubitosa, autore di “Spaghetti Hacker”.<br />
Il<strong> civic hacktivism</strong>, in quanto combinazione di una molteplicità di fattori sociali, entrando nelle nostre abitudini di tutti i giorni, sopperisce alla mancanza di una classe politica veramente “open”.</p>
<p><strong>La democrazia a km 0 è già arrivata, proprio quando stavamo aspettando la democrazia 2.0.</strong><br />
Forse tutto questo non servirà a fermare la disaffezione alla politica, ma almeno <strong>ci aiuterà a migliorare la qualità della nostra vita.</strong></p>
<p>Per saperne di più sulla <a href="http://www.comune-info.net" title="comune info" target="_blank">Roma resiliente</a>.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://voices.telecomitaliahub.it/2013/06/la-democrazia-a-km-0-della-citta-resiliente/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Wikipedia 2.0</title>
		<link>http://voices.telecomitaliahub.it/2013/05/wikipedia-2-0/</link>
		<comments>http://voices.telecomitaliahub.it/2013/05/wikipedia-2-0/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 29 May 2013 09:32:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>.mau.</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[enciclopedia]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
		<category><![CDATA[wikipedia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://voices.telecomitaliahub.it/?p=2804</guid>
		<description><![CDATA[Non basta aggiungere informazioni su informazioni per avere un'enciclopedia: occorre anche saperle organizzare in modo tale da permettere a chi la consulta di avere le idee più chiare che in partenza. Su questo Wikipedia ha ancora molto su cui lavorare.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Ormai l&#8217;avete capito tutti: da grande io voglio fare il tuttologo. Già qui su Voices mi capita di scrivere praticamente su ogni cosa, ma poi ci sono anche gli altri miei blog&#8230; Bene, in questi giorni sto cercando materiale per parlare di un teorema matematico sul <a href="http://www.ilpost.it/mauriziocodogno/">blog del Post</a>, e ho fatto quello che fanno tutti, anche se spesso si vergognano a dirlo: sono andato a prendere la voce di Wikipedia sul teorema, per usarla come base di partenza. Mal me ne incolse!</p>
<p><span id="more-2804"></span>Quello che io mi sarei aspettato dalla voce è semplice: l&#8217;enunciato del teorema con una breve spiegazione del suo oggetto, la traccia di una dimostrazione, le conseguenze &#8211; non tanto matematiche quanto più generali: in questo caso ci sono per esempio implicazioni filosofiche &#8211; del teorema stesso. Che cosa ho invece trovato? Un&#8217;introduzione corretta, anche se con una chiusa secondo me inutile in quel contesto; una sezione di background del problema, che posso ancora accettare; un&#8217;ampia sezione sulle conseguenze non molto comprensibile; la traccia della dimostrazione con una notazione ben poco comprensibile per i non iniziati; un&#8217;ulteriore formalizzazione; infine una discussione sulle soluzioni parziali del teorema. Dal mio punto di vista non ho avuto soverchi problemi, visto che in fin dei conti sapevo quello di cui parlava la voce; ma sfido una persona moderatamente acculturata a cavarne un ragno dal buco.</p>
<p>Qual è il problema di base? Semplice: la voce è stata scritta da molte persone, e questo è normale in un wiki, ma soprattutto da persone che hanno un&#8217;idea di cosa dev&#8217;essere Wikipedia ben diversa da quella che ho io. Per me l&#8217;enciclopedia libera non è qualcosa dove si scrivono sì e no due parole male assortite per una voce: spero che sia ben di più. Ma non è neppure un manuale scolastico, né un testo a livello universitario: per quelle cose ci sarebbe un progetto apposta, Wikiversity (che poi non riesca a decollare, come anche Wikibooks, è un altro problema, ma magari ne parlo un&#8217;altra volta). Tanto meno è una raccolta di saggi: questo lo si leggerebbe anche tutte le volte che si inizia a editare una voce, ma mi sa che spesso quella frase finisce proprio sul punto cieco dell&#8217;occhio dei contributori.</p>
<p>Scrivere un&#8217;enciclopedia, insomma, non è facile come cercano di convincervi! È facile <strong>correggere</strong> un&#8217;enciclopedia, rimettendo a posto un refuso o aggiungendo una citazione, ma per fare le cose per bene occorre aver studiato lo stile enciclopedico, un po&#8217; come per scrivere una lettera commerciale occorre aver studiato lo stile commerciale e per saper fare un discorso occorre aver studiato l&#8217;arte oratoria: non si nasce imparati. Ammetto che Wikipedia dà un problema ulteriore, che è quello della ipotrofia dell&#8217;ego (ho controllato: non ci credevo, ma la parola esiste davvero). Mentre si può ovviare al fatto che gli autori di Wikipedia sono fondamentalmente anonimi col mostrare su quante voci uno ha lavorato, saper (ri)scrivere bene una voce non finisce nel proprio curriculum e quindi tende a essere snobbato: anch&#8217;io a volte preferisco divertirmi su uno dei miei blog dove posso far vedere come sono arguto piuttosto che perdere tempo a riaggiustare una voce oscura sia come lemma che come stesura, e mi applico solo quando trovo delle vere castronerie. Però resto convinto che la vera sfida per l&#8217;enciclopedia libera sia il diventare davvero &#8220;enciclopedica&#8221;, e non un semplice contenitore di fatti e fattoidi tutti belli linkati tra di loro. Una sfida difficile, e che non darà a nessuno la fama. Chi se la sente?</p>
<p>Post Scriptum: per i curiosi, la voce è <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Halting_problem">questa</a>, e sto ancora cercando materiale. Non è affatto facile scrivere, credetemi.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://voices.telecomitaliahub.it/2013/05/wikipedia-2-0/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Twitter ed elezioni: i serial killer (seconda parte)</title>
		<link>http://voices.telecomitaliahub.it/2013/05/twitter-ed-elezioni-i-serial-killer-seconda-parte/</link>
		<comments>http://voices.telecomitaliahub.it/2013/05/twitter-ed-elezioni-i-serial-killer-seconda-parte/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 22 May 2013 10:59:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dep1050</dc:creator>
				<category><![CDATA[Twitter]]></category>
		<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[serial killer]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://voices.telecomitaliahub.it/?p=3408</guid>
		<description><![CDATA[Intro Nel 2008 un uomo di nome Chris Anderson ha affermato che con il ritmo di generazione di dati attuali su Internet e la disponibilità di tools di analisi di dati sempre più sofisticati, i numeri da soli saranno sufficienti e che l&#8217; usuale metodo scientifico sarà  da considerarsi obsoleto. Questa affermazione sarebbe passata inosservata come una delle tante amenità che si trovano in rete, se il sito web su cui era pubblicata non fosse stato Wired e quell&#8217;uomo non fosse stato il suo direttore, considerato uno dei guru di internet. Questa affermazione ha dato il via ad una linea di pensiero per cui un numero  sufficientemente grande di dati disponibili mostra spontaneamente la propria autoorganizzazione. Si è iniziato a parlare di big data, data science e data scientist, ossia di figure professionali il cui lavoro è analizzare i dati provenienti dalla rete senza l&#8217;ausilio di modelli.Secondo questo approccio &#8220;per fare scienza&#8221; sono [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Intro</strong></p>
<p>Nel 2008 un uomo di nome <strong>Chris Anderson</strong> ha affermato che con il ritmo di generazione di dati attuali su Internet e la disponibilità di tools di analisi di dati sempre più sofisticati, i numeri da soli saranno sufficienti e che l&#8217; usuale metodo scientifico sarà  da considerarsi obsoleto.<br />
Questa affermazione sarebbe passata inosservata come una delle tante amenità che si trovano in rete, se il sito web su cui era pubblicata non fosse stato <a href="http://www.wired.com/science/discoveries/magazine/16-07/pb_theory" target="_blank">Wired</a> e quell&#8217;uomo non fosse stato il suo direttore, considerato uno dei guru di internet.<br />
Questa affermazione ha dato il via ad una linea di pensiero per cui un numero  sufficientemente grande di dati disponibili mostra spontaneamente la propria autoorganizzazione. </p>
<p>Si è iniziato a parlare di big data, data science e data scientist, ossia di figure professionali il cui lavoro è analizzare i dati provenienti dalla rete senza l&#8217;ausilio di modelli.Secondo questo approccio &#8220;per fare scienza&#8221; sono necessarie solo due cose: l&#8217;accesso ai dati, tipicamente attraverso qualche API (Application Program Interface, piccole applicazioni che permettono ad un sistema di rendere disponibili dati ad altre parti del sistema o ad un sistema esterno) e un database con un’interfaccia per generare grafici e report che mostreranno da soli quello che c&#8217;è da sapere: natura dei fenomeni, correlazioni, tipologia delle distribuzioni, insomma tutto quanto. Non c&#8217;è bisogno di modelli perché &#8221;<strong>con abbastanza dati, i numeri parlano da soli</strong>&#8221; (ibid). Abbiamo già visto nella <a href="http://voices.telecomitaliahub.it/2013/04/twitter-elezioni-tempeste-di-dati-e-serial-killer/" target="_blank">prima parte</a> che le cose non sono cosi semplici.</p>
<p><span id="more-3408"></span><br />
Esiste un&#8217;altra linea di pensiero, più classica, che parte da Galileo e giunge fino a Popper, che afferma che per poter essere chiamata scienza, un processo di acquisizione di conoscenze deve funzionare in maniera diversa. Di seguito un video con una lezione di Richard Feynman, uno dei geni del 20esimo secolo,che spiega ai suoi alunni ad Harvard come si fa scienza. Riprendendo ancora l&#8217;articolo di Chris Anderson, questa linea di pensiero vuole che &#8220;<strong>il metodo scientifico è costruito intorno ad ipotesi testabili</strong>&#8221; e &#8220;<strong>i dati senza modello sono solo rumore</strong>&#8220;.</p>
<p><center><br />
<iframe src="http://www.youtube.com/embed/jMiQUStPvNA" height="315" width="420" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></center>Una delle cose importanti del processo di acquisizione scientifica è la stratificazione delle conoscenze, in particolare la capacità di riutilizzare/modificare opportunamente modelli pre-esistenti attraverso un processo logico matematico, procedendo per classi di universalità (ossia estendendo i risultati ottenuti a sistemi simili).</p>
<p>Negli ultimi 20 anni, da quando cioè hanno iniziato a diffondersi i personal computer, è stato possibile realizzare sempre più facilmente analisi e simulazioni numeriche, ed i racconti sui sistemi complessi sono usciti dai laboratori allargando la platea a cui parlavano (si pensi ai sistemi caotici o all’effetto farfalla). Come tutti i sistemi descritti dall&#8217;obsoleto metodo scientifico, la possibilità di realizzare dei modelli ha permesso di estendere i risultati trovati da una branca all&#8217;altra della scienza, passando dalla fisica alla botanica, alla biologia. È in base a questo vecchio metodo (ipotesi, fatti e verifica), seguendo l&#8217; esempio del maestro,  che per iniziare a costruire un modello utile a descrivere come si sono svolte le elezioni politiche su Twitter,  si inizia la <strong>pars construens</strong> scrivendo di &#8230;</p>
<p><strong>Assassini seriali.</strong></p>
<p>Questa storia inizia in India, negli anni &#8217;50, quando ad <strong>Arvin Verma</strong> fu chiesto di aiutare a scoprire la banda di dacoiti (così gli indiani chiamano questo tipo di criminali) responsabile di un notevole numero di rapine ed omicidi ai danni di alcuni villaggi.<br />
L&#8217;approccio del poliziotto fu quello di identificare le regole non scritte a cui i predoni erano costretti ad obbedire, come se si trattasse di mosse su una scacchiera.<br />
I vincoli sociali imponevano ad esempio ai dacoiti di non attaccare la comunità a cui appartenevano e  di non attaccare villaggi della stessa casta di appartenenza. La necessità di non essere riconosciuti imponeva loro invece di muoversi necessariamente di notte (prediligendo le notti in cui non c&#8217;era luna) e di ritornare al proprio villaggio prima dell&#8217;alba, per evitare di destare sospetti per la propria assenza. Questa circostanza imponeva un vincolo alla distanza tra il villaggio attaccato e il villaggio di provenienza dei banditi. Supponendo che in campagna, di notte, non ci si potesse spostare ad una velocità maggiore di 10 km orari, e conoscendo l&#8217;ora in cui il villaggio era stato attaccato dalle testimonianze dei sopravvissuti e l&#8217;ora del sorgere del sole, era possibile calcolare l&#8217;ampiezza del cerchio massimo all&#8217;interno del quale si trovava il villaggio dei banditi.<br />
Semplificando il problema, è come cercare la posizione iniziale del re su una scacchiera, sapendo il numero di mosse che ha effettuato, ragionando all&#8217;indietro (retroanalisi).</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://voices.telecomitaliahub.it/wp-content/uploads/2013/05/re-schacchiera.jpg"><img class="size-full wp-image-3414  aligncenter" title="re-schacchiera" alt="" src="http://voices.telecomitaliahub.it/wp-content/uploads/2013/05/re-schacchiera.jpg" width="295" height="295" /></a></p>
<p>Nel caso indiano, era stato possibile usare la solita distanza euclidea poiché era lecito pensare che i banditi non avessero ostacoli durante il loro procedere. In un ambiente urbano, bisogna tener conto dell&#8217;esistenza degli edifici, e quindi dell&#8217;impossibilità di muoversi in linea retta.  Nel corso degli anni l&#8217;approccio di Varma si è evoluto, sostituendo alla misura euclidea  quella che va sotto il nome di &#8220;<strong>misura di Manhattan</strong>&#8220;, che tiene conto del percorso a segmenti che bisogna effettuare.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://voices.telecomitaliahub.it/wp-content/uploads/2013/05/manhattan.png"><img class="size-full wp-image-3415  aligncenter" title="manhattan" alt="" src="http://voices.telecomitaliahub.it/wp-content/uploads/2013/05/manhattan.png" width="300" height="300" /></a></p>
<p>All inizio degli anni ‘90 uno studio statistico commissionato dalla polizia tedesca (<strong>Buchler </strong>e <strong>Leineweber</strong>) mostrò che il comportamento dei dacoiti durante la fuga (tornare verso il proprio villaggio) era comune anche ai rapinatori di banche: durante la fuga dopo una rapina, la destinazione era… la propria abitazione (safety zone).<br />
In tale scenario, <strong>Stuart Kind</strong> ipotizzò che fosse possibile trovare la zona di residenza di un assassino seriale utilizzando il metodo del baricentro, ossia considerando su una mappa i punti in cui sono avvenuti i crimini, unendo alla dimensione spaziale anche quella temporale legata allo spostamento.<br />
I modelli di profilazione geografica sono diventati più sofisticati nel corso delle indagini legate alla risoluzione di assassini seriali. In particolare, all&#8217;inizio degli anni &#8217;90, lo psicologo <strong>David Canter</strong> ha contribuito aggiungendo il concetto di &#8220;area di consapevolezza&#8221;, ossia la tendenza a commettere crimini in un&#8217;area in cui ci si sente relativamente sicuri (ad esempio per assenza di controlli). Riprendendo il lavoro di Kind egli analizzò tutti i dati di casi di criminali seriali che erano stati risolti e scoprì che ne esistevano due classi ben distinte: un primo tipo, commetteva crimini in un territorio al cui interno era presente la propria abitazione, il secondo invece li commetteva sempre in un territorio che non comprendeva la propria abitazione. I primi li chiamò <strong>marauders </strong>(predoni), i secondi <strong>commuters </strong>(pendolari). Studi successivi (Kocsis) mostrarono che il comportamento non cambiava in funzione del tipo di crimine (piromani, ladri d&#8217;appartamento)  cambiavano solo le percentuali relative dei gruppi.  Poteva essere di aiuto inserire non solo i dati geografici dei luoghi del crimine, ma anche tutti quelli disponibili del criminale (luogo di lavoro, posti frequentati).</p>
<p>Un ultimo contributo alla definizione del comportamento dei criminali seriali è venuto da <strong>Kim Rossmo</strong>.<br />
Rossmo ha prima di tutto osservato che in generale nelle immediate vicinanze della safety zone si tende a non commettere crimini (sostanzialmente per evitare di essere riconosciuti), ma che non ci si allontana troppo per evitare di agire in territori sconosciuti.<br />
La probabilità di commettere un crimine in funzione della distanza dalla propria safety zone è quindi prima crescente, raggiunge un massimo, e poi inizia a decrescere.<br />
Rossmo ha riassunto in termini matematici questi risultati in una formula che ha preso il suo nome.</p>
<p><a href="http://voices.telecomitaliahub.it/wp-content/uploads/2013/05/rossmo-formula.jpg"><img class="size-full wp-image-3417 alignleft" title="rossmo-formula" alt="" src="http://voices.telecomitaliahub.it/wp-content/uploads/2013/05/rossmo-formula.jpg" width="526" height="130" /></a></p>
<p>In questa formula i parametri B, f e g sono incognite e vanno quindi calibrate di volta in volta.<br />
Dati quindi su una mappa un set di punti dove sono stati commessi i crimini, questa formula permette di assegnare ad ogni punto circostante un valore, e di ridisegnare la mappa costruendo delle superfici colorate in funzione del valore associato dalla formula di Rossmo.<br />
Un po’ quindi come avviene nelle cartine geografiche con le montagne, dove alla differenza di  colore corrisponde una differente altezza del territorio, qui  il colore di una zona corrisponde alla probabilità che al suo interno risieda la safety zone del criminale.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://voices.telecomitaliahub.it/wp-content/uploads/2013/05/rossmo-map.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3418" title="rossmo-map" alt="" src="http://voices.telecomitaliahub.it/wp-content/uploads/2013/05/rossmo-map.jpg" width="562" height="223" /></a></p>
<p><strong>Conclusioni</strong></p>
<p>In generale quindi quando si procede per retroanalisi, l&#8217;insieme dei vincoli a cui il sistema è sottoposto diventa essenziale per la ricerca della soluzione. Ciò è in realtà una conseguenza del fatto che, dato un problema complesso, sono i vincoli a determinarne la soluzione, e non è neanche detto che essa esista sempre.<br />
Ad esempio consideriamo questo problema: due villaggi sono separati da un lago e l&#8217;unica maniera per trasportare oggetti dall&#8217;uno all&#8217;altro è attraversarlo (ossia non esistono ponti e non ci si può girare intorno). Un vincolo determinante è la temperatura ambientale: alle nostre latitudini è normale pensare che basti una barca, poiché di solito l&#8217;acqua è liquida. Chi abita più vicino ai poli sa però che in inverno (o in estate, dipende dal polo), con l&#8217;acqua ghiacciata, la barca è la soluzione sbagliata e quella giusta può essere una slitta. Esiste però un periodo temporale in cui il lago è ghiacciato e quindi la barca non può attraversarlo, ma il ghiaccio è troppo sottile per reggere il peso della slitta, quindi in quel lasso di tempo la soluzione non esiste (almeno nei termini semplicistici in cui ho posto la questione).</p>
<p><strong>Easter Egg</strong>. L&#8217;equazione di Rossmo è utilizzata nel primo episodio della prima stagione di Numb3rs (by Ridley e Tony Scott), serie televisiva poliziesca in cui il detective ha un fratello laureato in matematica, che ovviamente riesce a trovare <strong>IL</strong> modello giusto risolutivo per il caso: il tutto sempre in meno di 50 minuti, cioè la durata dell&#8217;episodio. L’episodio &#8220;Punto di origine&#8221; è di fatto quasi una trasposizione dell&#8217;indagine reale di Rossmo, ed usa addirittura la stessa metafora che lui utilizza nella realtà (l&#8217;innaffiatoio del giardino) nella scena dell&#8217;illuminazione romanzata.</p>
<p><strong><br />
</strong></p>
<p><a href="http://voices.telecomitaliahub.it/wp-content/uploads/2013/05/numbers.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3416" title="numbers" alt="" src="http://voices.telecomitaliahub.it/wp-content/uploads/2013/05/numbers.jpg" width="600" height="275" /></a></p>
<p>A questo punto non rimane altro che raccontare che tipo di rete è Twitter, descrivere i vincoli imposti su coloro che qui hanno partecipato alla competizione elettorale, e sarà possibile trovare la distribuzione dei voti su Twitter.</p>
<p>Dep</p>
<p>Per approfondimenti:</p>
<ul>
<li>Anderson Chris &#8211; The End of Theory: The Data Deluge Makes the Scientific Method Obsolete, Wired 2008</li>
<li>Rossmo Kim &#8211; Geographic profiling: Target patterns of serial murderers &#8211; 1995 (PhD Dissert.)</li>
<li>Professor David Canter  -  <a href="http://www.davidcanter.com/professional-services/offender-profiles/">Website</a></li>
<li>Buchler,  Leineweber &#8211; Preventing Bank Robbery: the offense from the Robber&#8217;s perspective, Springer 1991</li>
</ul>
<ul>
<li>Mariano Tomatis &#8211; Numeri Assassini, Apogeo 2011</li>
<li>Keith Devlin, Gary Lorden: The Numbers behind NUMB3RS: solving crime with Mathematics, Penguin 2007</li>
</ul>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://voices.telecomitaliahub.it/2013/05/twitter-ed-elezioni-i-serial-killer-seconda-parte/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Minacce, diffamazione, oblio, web. Come trovare una quadra</title>
		<link>http://voices.telecomitaliahub.it/2013/05/minacce-diffamazione-oblio-web-come-trovare-una-quadra/</link>
		<comments>http://voices.telecomitaliahub.it/2013/05/minacce-diffamazione-oblio-web-come-trovare-una-quadra/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 15 May 2013 12:44:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>.mau.</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[diffamazione]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[oblio]]></category>
		<category><![CDATA[persistence]]></category>
		<category><![CDATA[replicability]]></category>
		<category><![CDATA[scalability]]></category>
		<category><![CDATA[searchability]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://voices.telecomitaliahub.it/?p=3396</guid>
		<description><![CDATA[È facile fare gli articoloni sulla diffamazione in rete, con annessi e connessi. È anche facile dire che le leggi attuali si possono applicare pari pari in rete. Ma sono in pochi a pensare davvero cosa significa tutto ciò.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Nelle scorse settimane, dopo le minacce arrivate per email al Presidente della Camera Laura Boldrini e <a href="http://www.repubblica.it/politica/2013/05/03/news/boldrini_intervista-57946683/">all&#8217;intervista a Repubblica</a> che è seguita, sembrava che stesse per arrivare una legge speciale per i reati che avvengono via web. Qualche giorno dopo Boldrini ha affermato di essere stata fraintesa &#8211; tra l&#8217;altro, quand&#8217;è che si riprenderà la buona abitudine di dire &#8220;non sono stato capace a spiegarmi bene&#8221;? perché la colpa dev&#8217;essere sempre di chi ascolta? &#8211; ma intanto la discussione c&#8217;è stata eccome, e io che ho imparato dal buonanima di Giulio Andreotti che a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca spesso non vorrei che tutto questo fosse un ballon d&#8217;essai per fare davvero accettare all&#8217;opinione pubblica l&#8217;idea che la Rete debba essere <strong>strettamente</strong> regolamentata: il perché dell&#8217;avverbio lo spiego dopo. Potete leggere <a href="http://ilnichilista.com/2013/05/04/cinque-cattivi-argomenti-sul-caso-boldrini/">un&#8217;analisi molto articolata di Fabio Chiusi</a> sui pericoli insiti in questa deriva; io preferisco cambiare punto di vista.</p>
<p><span id="more-3396"></span> Innanzitutto, spiego il motivo dello &#8220;strettamente&#8221;: chiunque sa un minimo di cose della rete sa anche che non è affatto vero che ci sia l&#8217;anarchia. Come capita sempre per il diritto italiano e non solo, le leggi si applicano esattamente allo stesso modo, per analogia. Diffamare in rete equivale a diffamare nella vita reale, ammesso che quella che si fa per strada sia più reale di quella che avviene davanti a una tastiera. Certo, si possono fare leggi ad hoc: in fin dei conti la diffamazione a mezzo stampa è più grave di una &#8220;diffamazione semplice&#8221;. Ma forse prima di fare queste leggi speciali è meglio provare ad applicare le leggi che ci sono: e ricordiamoci che già ora è molto più difficile restare davvero anonimi in rete che fuori. Tornando alle minacce di morte, non mi pare sia ancora fattibile ferire o uccidere qualcuno sul web, tanto per mettere le cose nella giusta prospettiva. Detto questo, sono il primo ad affermare che l&#8217;analogia è appunto solo un&#8217;analogia, e non può essere applicata in maniera becera: questo per tutta una serie di ragioni che provo a illustrare con un esempio fittizio, confidando nella bontà degli esperti legali che sorvoleranno sui miei strafalcioni.</p>
<p>Nel 2003 nelle pagine locali della <em>Stampa</em> apparve un articoletto in cui si segnalava che un impiegato alla ex-Snia, tale Porfirio Villarosa, era stato incriminato per minacce a sfondo sessuale. Ai tempi il mio blog era relativamente giovane e languiva; inoltre Porfirio mi aveva anche rubato una ragazza qualche anno prima. Così pensai bene di scrivere un post di fuoco, senza prendere una posizione diretta ma raccontando di come secondo il GIP una persona che sotto l&#8217;apparenza tranquilla compiva poi azioni così riprovevoli; terminavo il post con la solita frase fatta &#8220;ma sicuramente la giustizia stabilirà come si sono svolti i fatti&#8221;. Nel 2006, coi soliti tempi della giustizia italiana, Villarosa venne poi prosciolto in primo grado per non aver commesso il fatto: si scoprì infatti che l&#8217;accusatrice si era inventata tutto. La situazione era così chiara che il pubblico ministero non ricorse neppure in appello e la disavventura giudiziaria del Villarosa terminò lì. Un altro articoletto apparve sulla <em>Stampa</em>: io lo lessi e immediatamente scrissi un post al riguardo sul mio blog, perché per quanto Porfirio mi stesse sulle palle era giusto comunicare ai miei ventun lettori la sua assoluzione dopo che avevo parlato della sua incriminazione. Arriviamo al 2012: Villarosa si candida alle elezioni comunali per la lista &#8220;Alleanza a 360°&#8221;, e i sondaggi lo danno incredibilmente vincente. L&#8217;opposizione corse ai ripari, cercando qualche modo per azzopparlo virtualmente: trovarono il mio post e iniziarono a fare una campagna citandolo per ogni dove. Per come funziona Google, quel post acquistò importanza, tanto che quando qualcuno faceva una ricerca su Porfirio Villarosa si trovava in prima posizione. Andò a finire che Villarosa perse le elezioni, e mi citò a giudizio per danni materiali: non per diffamazione, perché tecnicamente non avevo scritto nulla di diffamante, ma per aver diffuso notizie non corrette.</p>
<p>A prima vista, la situazione mia e della <em>Stampa</em> sembrerebbero identiche: entrambi abbiamo scritto una notizia vera (l&#8217;incriminazione di Villarosa) e poi dato la smentita (l&#8217;assoluzione) con lo stesso risalto. Però una differenza c&#8217;è eccome. Gli articoli del quotidiano sono ricercabili in rete ma non automaticamente: uno deve esplicitamente andare sull&#8217;archivio storico e fare la ricerca. Inoltre i miei due post non hanno in effetti la stessa visibilità, perché a causa dell&#8217;algoritmo di Google quello molto linkato è considerato più importante. Ci sono in pratica quattro caratteristiche da tenere presente per valutare l&#8217;importanza di una notizia, e questo vale sia per il web che per il mondo esterno anche se la loro prima definizione è stata fatta per la rete (vedi <a href="http://www.danah.org/papers/TakenOutOfContext.html">questa tesi</a>). Abbiamo la <strong>persistenza</strong>, cioè quanto tempo la notizia rimane visibile: per un quotidiano cartaceo una giornata, per un blog di per sé per sempre. Poi c&#8217;è la <strong>replicabilità</strong>, cioè la facilità di ricopiare il testo: un articolo di giornale può essere fotocopiato, ma sicuramente il copincolla è molto più semplice. Abbiamo ancora la <strong>scalabilità</strong>, cioè la diffusione della notizia originale: in questo caso è il quotidiano ad averne di più, perché un povero piccolo blog, anche se in linea teorica è visibile a tutto il mondo, in pratica viene letto da poche decine di persone. Infine la <strong>ricercabilità</strong>, come è facile trovare il testo con una ricerca in rete; come abbiamo visto in questo caso il quotidiano ha ricercabilità nulla per questo tipo di notizie, mentre quella del blog parte da un valore basso ma può crescere.</p>
<p>Capite insomma che non si può in effetti trasporre direttamente le regole per la stampa ai blog, anche partendo dal presupposto falso che un blog sia equiparabile alla stampa. Tecnicamente la rettifica è stata data con lo stesso risalto; in pratica il risalto non c&#8217;è. Che fare allora? Bisognerebbe studiare seriamente la cosa, e mettere insieme esperti del campo legale e di quello informatico per capire cosa può essere l&#8217;equivalente logico della rettifica cartacea. Una possibilità può essere richiedere che il primo dei due post sia emendato con un aggiornamento che indichi che la notizia si è poi rivelata falsa: o magari può essere sufficiente avere un trackback, cioè un collegamento automatico al secondo post che appare quando si visualizza il primo. Altra cosa che non si può probabilmente pretendere è il termine tassativo delle 48 ore a partire dalla richiesta di rettifica: in fin dei conti nessuno è costretto a essere sempre sul pezzo. Come però dicevo, tutte queste sono solo possibilità che dovrebbero essere discusse in maniera un po&#8217; diversa che mediante articoli sui quotidiani!</p>
<p>Altro punto dolente è quello sul <strong>diritto all&#8217;oblio</strong>, che cioè dopo un certo periodo di tempo notizie non certo positive nei confronti di qualcuno debbano venire eliminate. Si sente spesso parlare di diritto all&#8217;oblio nel caso di politici e faccendieri che vogliono rifarsi una verginità, ma il problema è molto più ampio. Nella mia dodicennale carriera di blogger mi sono capitate tre richieste di questo tipo; tutte molto educate &#8211; buon per loro, perché altrimenti li avrei tranquillamente mandati a stendere &#8211; da persone che solo dopo alcuni anni si sono accorti che anche se non faccio SEO per mestiere sono comunque in grado di far salire abbastanza un certo tipo di post, e di arrecare danno all&#8217;immagine di una piccola azienda&#8230; azienda che mi aveva fatto incazzare. La mia risposta in questi casi è stata molto personale: ho modificato i post in modo che non fossero più ricercabili da Google con le parole chiave incriminate e che i vecchi collegamenti non funzionassero più, ma non li ho affatto cancellati. La mia è una scelta precisa: posso essere buono e impedire la ricercabilità e in parte la persistenza, ma il mio blog serve principalmente a me per ricordare cosa è successo in questi anni, e non ho nessuna intenzione di togliere informazioni. A parte il costo non banale di questa operazione &#8211; ma si sa che le cose io le faccio per principio &#8211; è questo il modo migliore per operare? Non lo so. So solo che anche in questo caso un diritto all&#8217;oblio che nasca da una sollevazione popolare si trasformerebbe immediatamente in una censura, e non vedo perché gli storici del ventiduesimo secolo non possano avere a disposizione del materiale. Ma capisco anche che se uno a vent&#8217;anni è così imbecille da postare su Facebook foto compromettenti e poi a trent&#8217;anni scopre che chi avrebbe potuto dargli un lavoro non lo fa per aver visto quelle foto potrebbe anche arrabbiarsi un po&#8217;, soprattutto se ha messo la testa a posto. Ancora una volta, le leggi si dovrebbero fare per rendere equivalenti i due mondi: ma sarà possibile? Purtroppo ne dubito.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://voices.telecomitaliahub.it/2013/05/minacce-diffamazione-oblio-web-come-trovare-una-quadra/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>7</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Inseguire la cara vecchia TV</title>
		<link>http://voices.telecomitaliahub.it/2013/05/inseguire-la-cara-vecchia-tv/</link>
		<comments>http://voices.telecomitaliahub.it/2013/05/inseguire-la-cara-vecchia-tv/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 08 May 2013 14:18:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Telepatia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://voices.telecomitaliahub.it/?p=3399</guid>
		<description><![CDATA[Se la TV lineare è morta, e come Eric Schmidt ha dichiarato qualche giorno fa YouTube l&#8217;ha superata già da tempo, perché nonostante tutto la stessa Google insiste a rincorrerla, o almeno sembra intenzionata a farlo? Dopo aver lanciato i suoi &#8220;canali&#8221; tematici, legati a personaggi o brand mainstream (che non hanno mancato di influire sulle view degli Youtubers &#8220;storici&#8221;), e dopo aver lasciato trapelare l&#8217;intenzione di passare dalla tradizionale gratuità a un modello di business a pagamento per il noleggio di lungometraggi, ora, secondo il Financial Times, la società di Mountain View starebbe pensando a un abbonamento mensile piuttosto basso (intorno ai 2 dollari) per l&#8217;accesso a 50 dei nuovi canali sul suo portale video. I termini di paragone più immediati sembrerebbero Netflix, Hulu e Lovefilm, che hanno dimostrato le potenzialità dell&#8217;abbonamento a pagamento per cambiare le declinanti sorti del video on demand. Ma seguendo le loro impronte YouTube [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Se la TV lineare è morta, e come Eric Schmidt ha dichiarato qualche giorno fa <a href="http://www.broadbandtvnews.com/2013/05/06/schmidt-tv-is-so-over/">YouTube l&#8217;ha superata già da tempo</a>, perché nonostante tutto la stessa Google insiste a rincorrerla, o almeno sembra intenzionata a farlo? Dopo aver lanciato i suoi &#8220;canali&#8221; tematici, legati a personaggi o brand mainstream (che non hanno mancato di<a href="http://www.next-tv.it/2012/05/29/youtuber-in-crisi-di-views-e-iscritti-tra-algoritmi-e-politiche-commerciali-cosi-cambia-la-strada-verso-il-web-successo/"> influire sulle view degli Youtubers &#8220;storici&#8221;), </a>e dopo aver lasciato trapelare l&#8217;intenzione di passare dalla tradizionale gratuità a un modello di business a pagamento per il noleggio di lungometraggi, ora, secondo il Financial Times, la società di Mountain View starebbe pensando a un abbonamento mensile piuttosto basso (intorno ai 2 dollari) per l&#8217;accesso a 50 dei nuovi canali sul suo portale video.</p>
<p><span id="more-3399"></span></p>
<p>I termini di paragone più immediati sembrerebbero Netflix, Hulu e Lovefilm, che hanno dimostrato le potenzialità dell&#8217;abbonamento a pagamento per cambiare le declinanti sorti del video on demand. Ma seguendo le loro impronte YouTube non rinuncia solo a un modello di business: se così fosse, sarebbe in ogni caso stato preceduto da Vimeo, che ha annunciato lo scorso Marzo l&#8217;introduzione della nuova feature &#8220;Vimeo on demand&#8221;, consentendo ai creatori dei video di richiedere un pagamento per l&#8217;accesso ai propri contenuti.</p>
<p>E invece YouTube non solo abbandona il modello gratuito, ma sembra anche accantonare la sua stessa mission, incentrata sugli user generated content: il portale tenta insomma di lasciarsi alle spalle (<a href="http://www.broadbandtvnews.com/2013/05/07/google-plans-youtube-subscription-service/?utm_source=feedburner&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=Feed%3A+broadbandtvnews+(Broadband+TV+News)">come ha scritto Julian Clover</a>) &#8220;the image of Charlie bit my finger&#8221;. L&#8217;immediata conseguenza sul versante della produzione del nuovo assetto dell&#8217;offerta di YouTube è lo sviluppo di una nuova generazione di produttori degni a tutti gli effetti di questo nome: creatori di contenuti che, per qualità e risonanza di questi ultimi, sono ormai classificabili a pieno titolo come professionisti (come nel caso di Machinima, che si è avvalsa di recente del contributo di un regista del calibro di Ridley Scott). Proprio come sta avvenendo da tempo nella cara, vecchia TV lineare: la stessa TV che non ha disdegnato di fagocitare i migliori esponenti  di questo processo, ancorché orgogliosi &#8220;nativi digitali&#8221;, dando loro una platea più ampia di quanto avessero mai potuto sperare.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://voices.telecomitaliahub.it/2013/05/inseguire-la-cara-vecchia-tv/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>4</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Ognuno al suo posto</title>
		<link>http://voices.telecomitaliahub.it/2013/04/ognuno-al-suo-posto/</link>
		<comments>http://voices.telecomitaliahub.it/2013/04/ognuno-al-suo-posto/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 24 Apr 2013 10:06:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>.mau.</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[coda lunga]]></category>
		<category><![CDATA[critica letteraria]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://voices.telecomitaliahub.it/?p=3312</guid>
		<description><![CDATA[Essere "social" può servire a farsi pubblicità, ma spesso non è una buona idea: non confondiamo il giudizio collettivo con una recensione fai-da-te]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Il bello dell&#8217;Internet è che nel calderone della rete possono improvvisamente spuntare notizie che non sono state lette al momento della loro pubblicazione, ma che possono essere tranquillamente commentate dopo mesi perché non sono &#8220;di moda&#8221; e quindi si può ancora fare un commento senza venire immediatamente tacciati di gerontofilia. L&#8217;articolo in questione è stato pubblicato lo scorso luglio dal Corsera, ed è intitolato <a href="http://www.corriere.it/cultura/12_luglio_14/laporta-lettore-certificare-qualita-libro-non-critico_5612f022-cd88-11e1-bc80-9c2657984b85.shtml">Quando il lettore (e non il critico) certifica la qualità del libro</a>; si racconta di come Einaudi abbia riportato nella quarta di copertina di un suo libro il giudizio (anonimo) che una lettrice aggiunse su Amazon. Il mio giudizio critico usa le parole che avrebbe detto Ezio Greggio: &#8220;tavanata galattica&#8221;. Ma non essendo io Greggio, mi metto anche ad argomentare.</p>
<p><span id="more-3312"></span> Premetto che tutto questo che scrivo naturalmente non vale se l&#8217;aggiungere una recensione dalla rete è stato semplicemente un modo come un altro per farsi pubblicità da parte di Einaudi; in questo caso ci è sicuramente riuscita, come si può vedere dall&#8217;articolo del Corsera. Supporrò pertanto che questa sia stata una mossa &#8220;intelligente&#8221; per strizzare l&#8217;occhio al famigerato crowdwhatever, cioè il &#8220;potere alla gente&#8221; che è tanto di moda in questi anni. E supporrò anche che qualcuno effettivamente legga i giudizi in quarta di copertina per decidere se acquistare o no un libro; non che la cosa mi sembri molto probabile, visto che per definizione l&#8217;editore cercherà solo e unicamente i giudizi favorevoli e quindi l&#8217;informazione nel trovarli lì è nulla. Parliamo insomma più in generale di quello che succede quando nel prendere un&#8217;affermazione di un perfetto sconosciuto e gettarla in pasto alla folla, o meglio della differenza con il prendere la recensione di un critico letterario.</p>
<p>È vero che c&#8217;è il detto che afferma &#8220;chi non sa fare insegna; chi non sa insegnare fa il critico&#8221;; ma sono convinto che sia abbastanza ingeneroso nei confronti dei critici, che spesso fanno tante altre cose. Limitiamoci al campo dei libri, anche se lo stesso discorso si può fare per tutti gli altri campi artistici. Avete presente quanti libri vengono pubblicati ogni anno in Italia? Più di cinquantamila. Per buona parte del 46% degli italiani che leggono almeno un libro l&#8217;anno &#8211; gli altri lo scrivono&#8230; &#8211; il problema non si pone: <strong>il</strong> libro che leggono è quello più strombazzato dalla pubblicità, e l&#8217;importante è dire &#8220;ci sono anch&#8217;io&#8221;. I cosiddetti lettori forti, però, fanno fatica a districarsi tra i possibili libri; e qui entra in gioco il critico letterario, che si legge (speriamo) il libro e ne fa una recensione molto breve. La cosa funziona perché i critici sono relativamente pochi: il lettore forte di cui sopra, prima di guardare <em>il testo</em> della recensione, dà un&#8217;occhiata <em>alla firma</em>. Se è quella di uno con i cui giudizi in genere concorda, si fiderà di quanto scrive; se è uno con i gusti opposti ai suoi si fiderà lo stesso, e farà il contrario di quanto suggerito &#8211; la conoscete la storiella della moglie di un giocatore compulsivo, felicissima perché uno stregone ha maledetto il marito e ora, qualunque cosa giochi alla roulette, lui perde? &#8211; altrimenti sa che non vale la pena leggerlo perché non gli dà utili suggerimenti.</p>
<p>Bene, passiamo ai social network. Ce ne sono parecchi dedicati agli amanti dei libri: posso per esempio ricordare <a href="http://www.goodreads.com">Goodreads</a>, <a href="http://www.anobii.com">aNobii</a>, <a href="http://www.librarything.com">LibraryThing</a> e l&#8217;italiano <a href="https://zazie.it">Zazie</a>. Nei social network c&#8217;è sicuramente il vantaggio della comunità, e di poter chiedere al recensore ulteriori lumi; e se c&#8217;è un &#8220;recensore forte&#8221; &#8211; per dire, io negli anni ho recensito più di cinquecento libri &#8211; si può applicare ad essi la stessa tecnica che ho descritto sopra per il critico. Ma se prendo una recensione a caso, <strong>indipendentemente dalla qualità della recensione</strong> (perché c&#8217;è da tenere a mente anche questo: due righe scritte sciattamente a me danno una sensazione negativa anche quando sono inneggianti) non ho alcuna possibilità di sapere se e quanto i gusti del recensore siano simili ai miei. Ci sarebbe la possibilità di generare un algoritmo che verfichi i voti delle recensioni comuni e dia un giudizio di affinità: aNobii cerca di farlo, ma i risultati non sono il massimo. C&#8217;è la possibilità di usare semplicemente un sistema statistico, e guardare la media dei voti dati al libro sperando di non cascare nell&#8217;effetto &#8220;miliardi di mosche non posono sbagliarsi&#8221;; io non mi fiderei più di tanto, ve lo dico subito. Ma ad ogni modo la singola riga tratta da una recensione su Amazon di un&#8217;anonima lettrice non serve a nulla.</p>
<p>La morale di tutto questo? Semplice. A ciascuno il suo lavoro: il lettore legge, e il critico critica!</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://voices.telecomitaliahub.it/2013/04/ognuno-al-suo-posto/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Twitter: elezioni, tempeste di dati e serial killer (prima parte)</title>
		<link>http://voices.telecomitaliahub.it/2013/04/twitter-elezioni-tempeste-di-dati-e-serial-killer/</link>
		<comments>http://voices.telecomitaliahub.it/2013/04/twitter-elezioni-tempeste-di-dati-e-serial-killer/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 17 Apr 2013 10:02:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dep1050</dc:creator>
				<category><![CDATA[Twitter]]></category>
		<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[Chasm]]></category>
		<category><![CDATA[Ciclo di hype]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni politiche]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://voices.telecomitaliahub.it/?p=3350</guid>
		<description><![CDATA[Intro Ci sono tanti motivi per considerare eccezionali le ultime elezioni politiche. Al di là dell&#8217;esito inatteso e alla conseguente paralisi istituzionale attualmente ancora in corso, per la prima volta in Italia la Rete è stato un luogo rilevante della comunicazione politica e sono state effettuate le prime analisi ad ampio raggio sulle relative conversazioni degli italiani, nella speranza che i comportamenti osservati potessero  dare indicazioni utili sugli esiti del voto. Abbiamo però visto che non è andata proprio così: nei giorni immediatamente successivi al voto si è mostrata la discrepanza tra i voti veri ottenuti e i risultati attesi. Però non vi è stata (ancora) una discussione strutturata su cosa non abbia funzionato e come. Pur non avendo né raccolto dati, né partecipato ad analisi alcuna, se non altro per interesse professionale, non ho potuto esimermi dal seguire le analisi che sono state effettuate. In questa e nella prossima [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">
<p><strong><em><strong>Intro</strong></em></strong></p>
<p>Ci sono tanti motivi per considerare eccezionali le ultime elezioni politiche. Al di là dell&#8217;esito inatteso e alla conseguente paralisi istituzionale attualmente ancora in corso, per la prima volta in Italia la Rete è stato un luogo rilevante della comunicazione politica e sono state effettuate le prime analisi ad ampio raggio sulle relative conversazioni degli italiani, nella speranza che i comportamenti osservati potessero  dare indicazioni utili sugli esiti del voto. Abbiamo però visto che non è andata proprio così: nei giorni immediatamente successivi al voto si è mostrata la discrepanza tra i voti veri ottenuti e i risultati attesi. Però non vi è stata (ancora) una discussione strutturata su cosa non abbia funzionato e come.<br />
Pur non avendo né raccolto dati, né partecipato ad analisi alcuna, se non altro per interesse professionale, non ho potuto esimermi dal seguire le analisi che sono state effettuate.</p>
<p>In questa e nella prossima nota cercherò quindi di dare i miei due (euro)cent<em> </em>di contributo a chi si è imbarcato in quest&#8217;avventura e cercare di raccontarla in maniera piacevole a chi non è addentro. Scriverò prima delle cose che non sono andate bene, per necessità di esposizione tra pars destruens e construens e partirò da Twitter, perché era su questo network che c&#8217;erano maggiori aspettative in virtù della facilità con cui si possono raccogliere e aggregare i dati.</p>
<p><span id="more-3350"></span></p>
<p><strong>Pars destruens</strong></p>
<p>Twitter ha un grosso problema di posizionamento nell’immaginario collettivo: nonostante quello che molti pensano, non è affatto un social network. Ne avevo scritto l&#8217;anno scorso qui (<a href="http://voices.telecomitaliahub.it/2012/05/twitter-e-lalba-delle-reti-selettive/" target="_blank">Twitter e l&#8217; alba delle reti selettive</a>), supportato da uno schermone alle spalle di Kevin Thau(exec di Twitter); non posso quindi che ripartire adesso da questa affermazione. È sufficiente ricercare su google: &#8220;twitter is not a social network says twitter exec&#8221; per ritrovarsi ad esempio:</p>
<p style="text-align: center;"><strong><a style="font-weight: bold;" href="http://voices.telecomitaliahub.it/wp-content/uploads/2013/04/crm.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3354" title="crm" src="http://voices.telecomitaliahub.it/wp-content/uploads/2013/04/crm.jpg" alt="" width="113" height="56" /></a><a style="font-weight: bold;" href="http://voices.telecomitaliahub.it/wp-content/uploads/2013/04/tw-is-not-a-social-network.jpg"><img class="size-full wp-image-3352 aligncenter" title="tw-is-not-a-social-network" src="http://voices.telecomitaliahub.it/wp-content/uploads/2013/04/tw-is-not-a-social-network.jpg" alt="" width="419" height="95" /></a><br />
</strong></p>
<p>Questa dichiarazione continua ad essere presente nella schermata iniziale del login di twitter, quindi può essere usare come definizione: Twitter è un interest network, ossia una rete per seguire interessi.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://voices.telecomitaliahub.it/wp-content/uploads/2013/04/splashtwitt.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3353" title="splashtwitt" src="http://voices.telecomitaliahub.it/wp-content/uploads/2013/04/splashtwitt.jpg" alt="" width="530" height="133" /></a></p>
<p>Non essendo quindi un social network, va posta quindi una obiezione di fondo alle analisi che fanno uso prevalente della parte &#8220;Social&#8221; a discapito della &#8220;Network&#8221; analysis: esse possono essere in grado di descrivere solo la parte comune a questi due tipi di reti, ossia la parte statica, ma non riescono a riprodurne la dinamica, come in effetti è successo.<br />
Per completezza è necessario dire che l&#8217;erronea vulgata &#8220;twitter è un social network&#8221; non è limitata all&#8217;Italia, ma è usata in tutto il mondo. Cosa possa poi condurre un&#8217;intera community di addetti ai lavori a non considerare segnali così evidenti è un&#8217;altra storia: c’è la saggezza della folla, ma esiste anche la pazzia dei piccoli gruppi.</p>
<p>Un&#8217;altra circostanza ha contribuito in maniera negativa ad una corretta comprensione ed analisi, che ha agito in due maniere diverse ed è legata allo stato di Twitter in Italia nei mesi passati, all&#8217;interno del suo ciclo di hype.<br />
Detto in poche parole, il ciclo di hype di Gartner è &#8220;una rappresentazione grafica della maturità, adozione e applicazione sociale di una specifica tecnologia&#8221; (da <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Hype_cycle">wikipedia</a>).  In realtà l&#8217;uso che fa Gartner della parola &#8220;tecnologia&#8221; è piuttosto flessibile, e Gartner stesso lo applica anche in contesti diversi.<br />
Sostanzialmente la vita di una &#8220;tecnologia&#8221; si può schematizzare in 5 fasi:</p>
<ul>
<li>trigger tecnologico</li>
<li>picco di aspettativa inflazionata</li>
<li>caduta della disillusione</li>
<li>salita dell&#8217; illuminazione</li>
<li>plateau della produttività</li>
</ul>
<p style="text-align: center;"><a href="http://voices.telecomitaliahub.it/wp-content/uploads/2013/04/Gartner-hype-cycle.0011.jpg"><img class="size-full wp-image-3356 aligncenter" title="Gartner-hype-cycle.0011" src="http://voices.telecomitaliahub.it/wp-content/uploads/2013/04/Gartner-hype-cycle.0011.jpg" alt="" width="540" height="400" /></a></p>
<p>Ad esso corrisponde, dal punto di vista temporale, un&#8217;altra curva legata all&#8217;adozione da parte degli utenti. Il &#8220;chasm&#8221;, l&#8217;abisso, è per una tecnologia emergente, una questione di vita o di morte. Le tecnologie che riescono a superare l’abisso possono ancora lottare per sopravvivere, ma chi non ce la fa, muore, viene dimenticato o portato come esempio nefasto negli anni a venire (a volte anche senza averne colpa: è semplicemente andato tutto storto).</p>
<p><a href="http://voices.telecomitaliahub.it/wp-content/uploads/2013/04/chasm.png"><img class="aligncenter size-large wp-image-3355" title="chasm" src="http://voices.telecomitaliahub.it/wp-content/uploads/2013/04/chasm-1024x408.png" alt="" width="450" height="179" /></a></p>
<p>Queste due curve si incrociano cosi.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://voices.telecomitaliahub.it/wp-content/uploads/2013/04/hype-chasm-L.png"><img class="aligncenter size-large wp-image-3358" title="hype-chasm L" src="http://voices.telecomitaliahub.it/wp-content/uploads/2013/04/hype-chasm-L-1024x874.png" alt="" width="360" height="307" /></a></p>
<p>Dalla trasmissione televisiva di Fiorello dell&#8217;anno scorso, Twitter si trova al picco di aspettazione. È quello che comunemente viene chiamato &#8220;il fenomeno mediale dell&#8217;anno&#8221;. Negli anni passati prima Second Life (che non ha superato il chasm meritandosi il vituperabile appellativo di &#8220;bolla&#8221;) e poi Facebook (che invece lo ha superato con successo) hanno seguito lo stesso percorso. Già quindi il nome Twitter avrebbe dovuto ricorrere nei media generalisti ad ogni piè sospinto, essendo per il mainstream nella fase &#8220;meraviglia tecnologica in cui tutto è magico” (si pensi ad esempio ai servizi dei TG nazionali sulla presenza del papa su Twitter, o al primo tweet di Monti proprio durante la campagna elettorale). Si aggiunga poi il fatto che per sua natura Twitter funziona benissimo con le news (le news sono un interesse, ed è broadcast la propagazione dei messaggi), e si capisce perché è diventata la beniamina dei giornalisti e dei candidati e in campagna elettorale ha contribuito ad innescare una tempesta perfetta.</p>
<p>In questo momento su Twitter ci sono solo 4 milioni di utenti italiani registrati ed ovviamente non tutti hanno partecipato alla campagna elettorale su twitter: insomma ci sono solo gli early adopter (più, per puro caso, giornalisti e politici, ma sono così pochi che non fanno statistica). Gli early, come segmento demografico e di interesse, non sono per definizione rappresentativi dell&#8217;intera popolazione:<br />
dovendo essere i driver dell&#8217;innovazione, coloro che proveranno a determinare le tendenze del futuro, e quindi non possono essere per definizione un campione rappresentativo dell&#8217;intera popolazione.</p>
<p>L&#8217;analisi della sola Twitter non poteva pertanto portare risultati coerenti col voto, perché interi pezzi di popolazione non vi erano presenti e durante la campagna elettorale non sono stati rappresentati, se non in casi eccezionali.<br />
Non solo mancano gli account delle casalinghe di Voghera o degli operai dell&#8217;Ilva, ma sono anche risultate assenti le loro istanze, sostituite dagli hashtag come #propostechoc e simili (e all&#8217;attenzione data al loro computo e alla loro narrazione), mentre invece sia a Taranto che a Voghera sono andati a votare eccome. È questo in realtà il riflesso della mancanza di questi temi nell&#8217;agenda dei politici, che invece ha determinato fortemente le conversazioni in Rete: Twitter per sua natura più di altri luoghi ha risentito degli stimoli esterni (dichiarazioni e fatti) dimostrando in maniera inequivocabile, in questo momento in Italia, la sua natura di semplice canale di ritorno ma incapace di essere di produttore strutturato di temi dal basso: si pensi ad esempio all&#8217;uso del second screen, (ossia la recente tendenza di fuire di contenuti televisivi e nel frattempo usare uno smartphone o un tablet per commentarle contemporaneamente su twitter o su facebook)  rispetto ai ritmi delle trasmissioni televisive.<br />
La presenza esclusiva su twitter dei soli early adopter poteva (anzi in realtà doveva) quindi essere considerazione a priori sull&#8217; impossibilità che ci potesse essere corrispondenza tra la semplice quantità di messaggi, di mention, di retweet verso una parte politica e il riscontro numerico nell’ urna.</p>
<p>Va aggiunto infine che anche quando il segnale analizzato è su uno spazio su cui c’è un campione rappresentativo della popolazione (ad esempio Facebook o Google), il semplice numero di conversazioni, la semplice ampiezza del segnale non restituisce comunque una risposta predittivamente corretta, anche in termini di semplici andamenti: se fosse stato così, sarebbe stata una soluzione rozza e grezza. La natura predilige invece soluzioni più eleganti  (anche narrativamente) ed <span style="font-size: 13px; line-height: 19px;">è necessario usare modelli più sofisticati: scoprire come si comportano gli assassini seriali, in mezzo alle tempeste di dati. Come direbbe Arthur Conan Doyle: &#8220;<strong>i</strong></span><span style="font-size: 13px; line-height: 19px;"><strong>l mondo è pieno di cose ovvie </strong></span><span style="font-size: 13px; line-height: 19px;"><strong>che nessuno si prende mai la briga di osservare</strong>&#8220;. </span></p>
<p>Stay tuned</p>
<p>dep</p>
<p>UPDATE 22 maggio 2013. La seconda parte <a href="http://voices.telecomitaliahub.it/2013/05/twitter-ed-elezioni-i-serial-killer-seconda-parte/">qui</a></p>
<p>PS. First greetings: <a href="http://vincos.it">Vincos.it</a>, perchè è sempre fonte preziosa di dati e considerazioni: alcune mie affermazini so che corrispondono anche a sue considerazioni in tempi non sospetti.  <a href="http://www.misurarelacomunicazione.it/">Misurare la comunicazione</a>, perchè ha unito il racconto ai dati. <a href="http://www.etnografiadigitale.it/">Centro Etnografia digitale</a> perché dopo l&#8217;analisi delle Primarie del PD, durante le elezioni mi sono mancati.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://voices.telecomitaliahub.it/2013/04/twitter-elezioni-tempeste-di-dati-e-serial-killer/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>6</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Effetto Streisand, intelligence e Wikipedia</title>
		<link>http://voices.telecomitaliahub.it/2013/04/effetto-streisand-intelligence-e-wikipedia/</link>
		<comments>http://voices.telecomitaliahub.it/2013/04/effetto-streisand-intelligence-e-wikipedia/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 10 Apr 2013 08:11:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>.mau.</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[censura]]></category>
		<category><![CDATA[DCRI]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[Pierre-sur-Haute]]></category>
		<category><![CDATA[wikipedia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://voices.telecomitaliahub.it/?p=3344</guid>
		<description><![CDATA[Oggi continua a essere facile minacciare qualcuno per censurare le informazioni. A differenza di un tempo, però, le informazioni sfuggono più facilmente.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Nel 2003 l&#8217;attrice e cantante Barbra Streisand intentò una causa contro il fotografo americano Kenneth Adelman, chiedendo un risarcimento di cinquanta milioni di dollari per danni. Motivo? Adelman aveva fotografato la villa di Malibu della Streisand, e pubblicato le foto nel sito Pictopia, violando la privacy dell&#8217;attrice. Non pensate a fotografie come quelle di Villa Certosa con Silvio Berlusconi e ospiti: Adelman stava lavorando a un progetto per documentare l&#8217;erosione delle coste della regione, e la villa della Streisand era presente insieme a chissà quante altre cose. La Streisand perse la causa, e tra l&#8217;altro si scoprì che la sua villa era già ben visibile nelle mappe satellitari pubblicamente disponibili: ma il vero risultato fu che decine di migliaia di persone andarono a vedere le foto incriminate, e con ogni probabilità la stragrande maggioranza di loro non si sarebbe mai interessata alla cosa se non ci fosse stata quella denuncia. Da allora venne coniato il termine <em>effetto Streisand</em> per definire tutti i tentativi di censura che ottengono il risultato opposto a quello voluto. Che c&#8217;entra tutto questo con Wikipedia? Adesso ci arriviamo.</p>
<p><span id="more-3344"></span>Tra le voci di Wikipedia in lingua francese, ce n&#8217;è una, creata nel 2009, su una <a href="https://fr.wikipedia.org/wiki/Station_hertzienne_militaire_de_Pierre-sur-Haute">stazione radio militare francese</a> a Pierre-sur-Haute, a cavallo tra le regioni Rodano-Alpi e Alvernia. Una voce come tante: fr.wiki ne ha più di un milione e trecentomila. Tra marzo e aprile però la DCRI &#8211; l&#8217;agenzia di intelligenze francese per l&#8217;interno, l&#8217;equivalente della nostra <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Agenzia_informazioni_e_sicurezza_interna">AISI</a> &#8211; chiese alla Wikimedia Foundation di eliminare quella voce, adducendo motivi di sicurezza nazionale. Quali fossero esattamente i motivi non fu dato saperlo: tra l&#8217;altro, nel luglio 2012 una televisione regionale francese fece una trasmissione, <a href="http://www.tl7.fr/la-base-militaire-de-chalmazel-1981.html">disponibile in rete</a>, dove il capo della base militare raccontava le informazioni che si possono anche trovare nella pagina di Wikipedia. La Wikimedia Foundation così respinse la richiesta.</p>
<p>Diciamo che la DCRI non fu esattamente contenta: il 4 aprile <a href="http://blog.wikimedia.fr/la-dcri-menace-un-administrateur-de-wikipedia-pour-supprimer-un-article-5477">convocò il presidente di Wikimedia France</a> ingiungendogli di cancellare immediatamente la voce, e che in caso contrario sarebbe stato incriminato. Notate che la persona in questione non aveva mai toccato la voce, e non sapeva nemmeno che esistesse: però aveva i diritti di amministratore di fr.wiki, e tanto bastava. Per curiosità, una cosa simile in Italia non sarebbe potuta capitare, non tanto perché l&#8217;AISI non fa di queste cose ma per la più prosaica considerazione che Frieda Brioschi, il presidente di Wikimedia Italia, <strong>non ha</strong> i diritti di amministratore (ha volontariamente rinunciato ad essi un paio di anni fa, una mossa direi molto saggia visto quello che può accadere). Prima di proseguire con la storia, vorrei che fosse ben chiara una cosa: in Italia come in Francia ci sono leggi che vietano la diffusione di notizie legate alla sicurezza militare (provate a fare una foto a una caserma e vedete cosa succede&#8230;). Se putacaso all&#8217;interno della voce ci fossero stati dati classificati, e la DCRI avesse specificato (alla WMF o al presidente di Wikimedia France) quali fossero, sono certo che sarebbero stati immediatamente tolti per rispettare la legge. Ma in questo caso spiegazioni non ce ne sono affatto state, e si può pertanto parlare di arbitrio della DCRI, o se preferite di censura.</p>
<p>Qual è stato il risultato? Non solo la voce è stata ripristinata e ampliata usando tutte le informazioni liberamente disponibili, ma la comunità mondiale, oltre alla <a href="https://meta.wikimedia.org/wiki/Legal_and_Community_Advocacy/Statement_on_France">Wikimedia Foundation stessa</a>, si è attivata e ora la voce è presente in una ventina di edizioni linguistiche di Wikipedia, tra cui quella italiana. Un perfetto esempio di effetto Streisand, e non oso pensare cosa succederà quando i siti &#8220;alternativi&#8221; inizieranno a diffondere le informazioni ricamandoci magari su.</p>
<p>Ah: qualcosa di simile (peccato che le immagini non siano più disponibili, dovrei chiedere a Gianluca Neri se le ha ancora da qualche parte) capitò da noi <a href="http://www.macchianera.net/2004/01/21/ogni-giorno-un-po-di-toscana-muore/">quasi dieci anni fa</a>: giusto per dire che tutto il mondo, o almeno tutta l&#8217;Europa, è paese.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://voices.telecomitaliahub.it/2013/04/effetto-streisand-intelligence-e-wikipedia/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Primo report europeo sugli incidenti nel cyberspazio</title>
		<link>http://voices.telecomitaliahub.it/2013/03/primo-report-europeo-sugli-incidenti-nel-cyberspazio/</link>
		<comments>http://voices.telecomitaliahub.it/2013/03/primo-report-europeo-sugli-incidenti-nel-cyberspazio/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 28 Mar 2013 10:30:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>DeMAn</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[cert]]></category>
		<category><![CDATA[duqu]]></category>
		<category><![CDATA[enisa]]></category>
		<category><![CDATA[flame]]></category>
		<category><![CDATA[information security]]></category>
		<category><![CDATA[infrastrutture critiche]]></category>
		<category><![CDATA[stuxnet]]></category>
		<category><![CDATA[trojan]]></category>
		<category><![CDATA[zeus]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://voices.telecomitaliahub.it/?p=3315</guid>
		<description><![CDATA[Primo report annuale europeo sugli incidenti nel cyberspazio avvenuti durante il 2011. 
Nell’ottobre 2012 l’agenzia europea per la sicurezza informatica e delle reti ENISA ha pubblicato il primo report annuale europeo sugli incidenti nel cyberspazio. L’ENISA è il centro europeo per la sicurezza delle reti e delle infromazioni nell’ambito dell'Unione europea. Lavora in collaborazione con enti pubblici e privati per sviluppare consigli e raccomandazioni sulle best practice nella sicurezza delle informazioni. Assiste gli Stati membri dell'UE nell'attuazione della legislazione in ambito UE e lavora per migliorare la resilienza delle infrastrutture critiche informatizzate in Europa, reti comprese.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p id="_mcePaste">Nell’ottobre 2012 l’agenzia europea per la sicurezza informatica e delle reti <a title="https://www.enisa.europa.eu" href="https://www.enisa.europa.eu" target="_blank">ENISA</a> ha pubblicato il primo report annuale europeo sugli incidenti nel cyberspazio. L’ENISA è il centro europeo per la sicurezza delle reti e delle infromazioni nell’ambito dell&#8217;Unione europea. Lavora in collaborazione con enti pubblici e privati per sviluppare consigli e raccomandazioni sulle best practice nella sicurezza delle informazioni. Assiste gli Stati membri dell&#8217;UE nell&#8217;attuazione della legislazione in ambito UE e lavora per migliorare la resilienza delle infrastrutture critiche informatizzate in Europa, reti comprese.</p>
<p id="_mcePaste">Nella primavera del 2012 sono stati infatti consegnati all’agenzia europea i risultati di alcuni incidenti di sicurezza avvenuti negli Stati dell’Unione durante il 2011. Si tratta di 51 rapporti di sicurezza (report) che sono stati analizzati e sintetizzati, ai sensi dell&#8217;articolo 13a della direttiva quadro (2009/140/CE). In  virtù di tale direttiva gli Stati membri sono tenuti a presentare relazioni sintetiche sui principali incidenti di sicurezza che si sono verificati durante l’anno.</p>
<p id="_mcePaste"><span id="more-3315"></span>La riforma del quadro normativo comunitario per le comunicazioni elettroniche, entrato in vigore nel maggio 2011, ha introdotto con l&#8217;articolo 13a i concetti di sicurezza e integrità delle reti pubbliche di comunicazione elettronica e dei servizi. Questo significa che gli operatori di rete di comunicazione e i service provider dovrebbero adottare le misure necessarie per garantire la sicurezza e l&#8217;integrità delle proprie infrastrutture e riferire alle autorità nazionali competenti in merito a significative violazioni.</p>
<p id="_mcePaste">Ogni anno poi le autorità nazionali di regolamentazione sono tenute a presentare una relazione di sintesi per l&#8217;ENISA e la Commissione europea (CE) per gli incidenti.</p>
<div id="attachment_3319" class="wp-caption aligncenter" style="width: 561px"><a href="http://voices.telecomitaliahub.it/wp-content/uploads/2013/03/1-fonte-enisa.png" target="_blank"><img class="size-full wp-image-3319 " title="Flusso per la comunicazione degli incidenti all'ENISA e all'EC (European Commission)" src="http://voices.telecomitaliahub.it/wp-content/uploads/2013/03/1-fonte-enisa.png" alt="Flusso per la comunicazione degli incidenti all’ENISA e all’EC (European Commission)" width="551" height="320" /></a><p class="wp-caption-text">Flusso per la comunicazione degli incidenti all’ENISA e all’EC (European Commission)</p></div>
<p>In questo primo report 11 paesi hanno riportato ben 51 incidenti rilevanti. Il 60% del totale ha riguardato l’ambito mobile, sia per la telefonia che internet; il numero di utenti interessati nei 20 paesi è stato di circa 166 milioni.</p>
<p id="_mcePaste">Le cause principali sono malfunzionamenti o guasti hardware/software; nel caso di fenomeni naturali, come tempeste e alluvioni, il tempo medio di disservizio è stato di circa 45 ore, con impatti enormi sulle reti di alimentazione. Questo significa che le comunicazioni (fisse e mobili) possono essere compromesse in quanto hanno una forte dipendenza dai servizi di alimentazione. Le batterie di una stazione base 3G per telefoni cellulari (base station) hanno infatti un’autonomia limitata a poche ore: di conseguenza un’interruzione mediamente lunga della linea elettrica è in grado di interrompere completamente il servizio di comunicazione.</p>
<p id="_mcePaste">La complessità delle architetture di comunicazione, la non ridondanza o semplicemente la scarsa maturità dei componenti hardware e software rendono ancor più complessi gli aspetti generali delle possibili problematiche.</p>
<div>
<div id="attachment_3320" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://voices.telecomitaliahub.it/wp-content/uploads/2013/03/2-fonte-enisa.png" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-3320  " title="Cause di incidente per Internet su cavo. (in percentuale)" src="http://voices.telecomitaliahub.it/wp-content/uploads/2013/03/2-fonte-enisa-300x161.png" alt="Cause di incidente per Internet su cavo. (in percentuale)" width="300" height="161" /></a><p class="wp-caption-text">Cause di incidente per Internet su cavo. (in percentuale)</p></div>
</div>
<p id="_mcePaste">In accordo con le autorità di regolamentazione competenti saranno segnalati all&#8217;ENISA solo gli eventi di sicurezza che comportano l&#8217;interruzione dei servizi, di telefonia e internet fissi e mobili, di messaggistica e di posta elettronica. Il modello di riferimento per gli incidenti avrà in oltre come parametri di valutazione dell&#8217;impatto il tipo di servizio, il numero di utenti interessati all’evento, la sua durata e la causa principale. Questo significa che l&#8217;interruzione di un cavo sottomarino ridondato o una violazione di sicurezza potrebbero essere considerati certamente significativi ma fuori dal campo di applicazione del report, se non ci sono state interruzioni del servizio.</p>
<div>
<div id="attachment_3321" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://voices.telecomitaliahub.it/wp-content/uploads/2013/03/3-fonte-enisa.png" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-3321 " title="Esempi di valori di soglia. Combinazione utenti coinvolti/durata incidente. " src="http://voices.telecomitaliahub.it/wp-content/uploads/2013/03/3-fonte-enisa-300x116.png" alt="Esempi di valori di soglia. Combinazione utenti coinvolti/durata incidente." width="300" height="116" /></a><p class="wp-caption-text">Esempi di valori di soglia. Combinazione utenti coinvolti/durata incidente. </p></div>
</div>
<p>Le soglie per definire la <strong>gravità</strong> di un incidente comprendono vari fattori tra cui il numero di utenti interessati, la durata dell&#8217;incidente, la diffusione geografica, l&#8217;interruzione delle chiamate verso i numeri di emergenza (es. 112) e alcune combinazioni dei precedenti. In termini di <strong>cause principali</strong> invece sono considerati nel report i fenomeni naturali, l&#8217;errore umano (es. configurazioni errate), i guasti hardware/software o di terze parti e gli attacchi intenzionali (cyber attacchi, furti, sabotaggi, ecc.) questi ultimi per un valore del 6%.</p>
<div>
<div id="attachment_3322" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://voices.telecomitaliahub.it/wp-content/uploads/2013/03/4-fonte-enisa.png" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-3322 " title="Incidenti per tipologie di cause. (percentuali)" src="http://voices.telecomitaliahub.it/wp-content/uploads/2013/03/4-fonte-enisa-300x163.png" alt="Incidenti per tipologie di cause. (percentuali)" width="300" height="163" /></a><p class="wp-caption-text">Incidenti per tipologie di cause. (percentuali)</p></div>
</div>
<p id="_mcePaste">Nonostante le cause principali di interruzione del servizio indicate in questo rapporto siano state  eventi naturali e guasti, il fenomeno degli attacchi intenzionali nel cyberspazio è in forte crescita, soprattutto grazie all&#8217;evoluzione e alla disponibilità delle nuove tecnologie. Negli ultimi anni la comparsa del “mondo online” da un lato ha migliorato e introdotto nuove modalità per l&#8217;erogazione dei servizi, dall&#8217;altro ha visto la nascita di nuove dinamiche di reato. Le mail di spam e il phishing sono due tecniche spesso utilizzate dai cybercriminali per il furto delle credenziali ai servizi di home banking. Ma lo scenario che si prospetta è ancora più preoccupante se si pensa che a questo tipo di crimini si affiancano in misura importante l&#8217;attivismo, lo spionaggio e addirittura la guerra cibernetica. Operation Antisec infatti è il nome attribuito a una operazione condotta durante tutto il 2011 da due gruppi di hacker, Anonymous e Lulzsec, con lo scopo di rubare informazioni riservate ai danni di enti governativi in nome della democrazia. La ancora più famosa Occupy Wallstreet (o Operation Wallstreet) ha portato all&#8217;occupazione dell&#8217;omonima borsa americana in segno di protesta contro la disuguaglianza economica e l&#8217;influenza dei centri di potere e delle banche per il controllo del sistema finanziario. I social network sono stati gli strumenti principali per l&#8217;organizzazione delle proteste, diventando il mezzo di comunicazione e divulgazione degli eventi a dispetto, in alcuni casi, dei tentativi di repressione del governo (si pensi ai disordini del 2011 che hanno investito il mondo arabo).</p>
<div>
<div id="attachment_3323" class="wp-caption aligncenter" style="width: 578px"><a href="http://voices.telecomitaliahub.it/wp-content/uploads/2013/03/5-fonte-enisa.png" target="_blank"><img class="size-full wp-image-3323 " title="Percentuali delle cause secondarie, per tipologia di servizio." src="http://voices.telecomitaliahub.it/wp-content/uploads/2013/03/5-fonte-enisa.png" alt="Percentuali delle cause secondarie, per tipologia di servizio." width="568" height="239" /></a><p class="wp-caption-text">Percentuali delle cause secondarie, per tipologia di servizio.</p></div>
</div>
<p id="_mcePaste">Le nuove “cyber-armi” si chiamano stuxnet, duqu, flame. Si tratta di malware molto sofisticati la cui creazione e diffusione resta in alcuni casi ignota mentre in altri è attribuita ad alcuni governi allo scopo di controllare la diffusione e lo sviluppo dell&#8217;energia nucleare. Resta storico l&#8217;impatto del virus slammer. descritto dagli esperti come un worm capace di diffondersi molto velocemente infettando la maggior parte dei computer vulnerabili. Fu capace di compromettere circa 75000 computer in tutto il mondo dopo il suo lancio il 25 gennaio 2003 e di rallentare l&#8217;intera rete Internet, provocando il blocco delle chiamate al numero di emergenza americano 911 e la cancellazioni di moltissimo voli aerei.</p>
<p id="_mcePaste">In ambito spionaggio e intercettazioni è famoso un malware conosciuto con il nome R2D2, un trojan scoperto dal Caos Computer Club per le intercettazioni legali su skype, mentre zeus, i cui codici sono stati pubblicati nel maggio del 2011, è un vero e proprio kit per l&#8217;attacco ai servizi di Internet banking.</p>
<p id="_mcePaste">I computer oggi controllano le banche, i trasporti, la sanità, il settore energetico e le telecomunicazioni. Un attacco informatico diretto a una banca centrale, oppure un aeroporto, una centrale elettrica o una compagnia telefonica, può avere l&#8217;effetto di indebolire pesantemente l&#8217;efficienza e il funzionamento normale di un intero Paese, compresi gli apparati degli organi di controllo della Pubblica Amministrazione. In uno scenario di questo tipo si possono verificare disordini per la popolazione di difficile controllo anche da parte degli enti governativi preposti allo scopo.</p>
<p id="_mcePaste">I principali enti per la sicurezza digitale in Italia sono il <a title="http://www.difesa.it/SMD/Staff/Reparti/II-reparto/CERT/Pagine/default.aspx" href="http://www.difesa.it/SMD/Staff/Reparti/II-reparto/CERT/Pagine/default.aspx" target="_blank">Computer Emergency Response Team del Ministero della Difesa</a>, il sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica <a title="http://www.sicurezzanazionale.gov.it" href="http://www.sicurezzanazionale.gov.it" target="_blank">D.I.S.</a> il</p>
<p id="_mcePaste">GAT, <a title="http://www.gat.gdf.it" href="http://www.gat.gdf.it" target="_blank">Nucleo Speciale Frodi Telematiche</a>, la Polizia Postale e delle comunicazioni e il C.N.A.I.P.I.C., <a title="http://www.poliziadistato.it/articolo/18494/" href="http://www.poliziadistato.it/articolo/18494/" target="_blank">Centro Nazionale Anticrimine Informatico per la protezione delle infastrutture critiche</a>.</p>
<p id="_mcePaste">Nel 2010, ENISA, Ministeri e ANR (l’insieme delle autorità nazionali di regolamentazione) hanno avviato una serie di incontri per ottenere un&#8217;applicazione “armonizzata” dell&#8217;articolo 13a della direttiva quadro 2009/140/CE. In questi incontri, un gruppo di lavoro di rappresentanti delle varie autorità nazionali di regolamentazione ha raggiunto un accordo su due documenti tecnici per fornire linee guida negli Stati membri dell&#8217;UE pubblicando la <a title="https://resilience.enisa.europa.eu/article-13/guideline-for-incident-reporting" href="https://resilience.enisa.europa.eu/article-13/guideline-for-incident-reporting" target="_blank">Direttiva tecnica per l&#8217;Incident Reporting</a> e la <a title="https://resilience.enisa.europa.eu/article-13/guideline-for-minimum-security-measures" href="https://resilience.enisa.europa.eu/article-13/guideline-for-minimum-security-measures" target="_blank">Direttiva tecnica per le misure minime di sicurezza</a>. Gli incontri del gruppo di lavoro si tengono più volte l&#8217;anno per discutere l&#8217;applicazione della direttiva e per la revisione e l&#8217;aggiornamento delle linee guida. Il prossimo report sarà pubblicato nella primavera del 2013, per riepilogare e analizzare gli incidenti che si sono verificati nel 2012. Si prevede una maggiore completezza e dettaglio della nuova relazione dovuti all&#8217;aumento della diffusione dei sistemi di monitoraggio della rete.</p>
<p><em>Antonio ora non lavora più in Telecom Italia ma continua a seguirci attivamente. Lo ringraziamo per il contributo e per l&#8217;affetto a voices.</em></p>
<p><em>La redazione</em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://voices.telecomitaliahub.it/2013/03/primo-report-europeo-sugli-incidenti-nel-cyberspazio/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
