


di dep1050 - 22 maggio alle 12:59
Intro
Nel 2008 un uomo di nome Chris Anderson ha affermato che con il ritmo di generazione di dati attuali su Internet e la disponibilità di tools di analisi di dati sempre più sofisticati, i numeri da soli saranno sufficienti e che l’ usuale metodo scientifico sarà da considerarsi obsoleto.
Questa affermazione sarebbe passata inosservata come una delle tante amenità che si trovano in rete, se il sito web su cui era pubblicata non fosse stato Wired e quell’uomo non fosse stato il suo direttore, considerato uno dei guru di internet.
Questa affermazione ha dato il via ad una linea di pensiero per cui un numero sufficientemente grande di dati disponibili mostra spontaneamente la propria autoorganizzazione.
Si è iniziato a parlare di big data, data science e data scientist, ossia di figure professionali il cui lavoro è analizzare i dati provenienti dalla rete senza l’ausilio di modelli.Secondo questo approccio “per fare scienza” sono necessarie solo due cose: l’accesso ai dati, tipicamente attraverso qualche API (Application Program Interface, piccole applicazioni che permettono ad un sistema di rendere disponibili dati ad altre parti del sistema o ad un sistema esterno) e un database con un’interfaccia per generare grafici e report che mostreranno da soli quello che c’è da sapere: natura dei fenomeni, correlazioni, tipologia delle distribuzioni, insomma tutto quanto. Non c’è bisogno di modelli perché ”con abbastanza dati, i numeri parlano da soli” (ibid). Abbiamo già visto nella prima parte che le cose non sono cosi semplici.
di Luigi Zarrillo aka ginozar - 27 settembre alle 10:05
«Può il batter d’ali di una farfalla in Brasile provocare un tornado in Texas?» (Edward Lorenz – 1972)
«WallStreet +0,3% fiducia consumatori settembre molto sopra attese. FtseMib azzera perdite. Spread +6 pb 353. EurUsd 1,296 STM (-3%) profit warning Infineon.» SMS Alert 25.09.2012
I mercati finanziari sono influenzati da numerosissime variabili, la maggior parte delle quali sono poco o per nulla accessibili al piccolo trader se non quando ormai il loro effetto dirompente (positivo o negativo che sia) si è ormai svelato in tutte le sue accezioni.
Come reagisce la mente umana a tutte queste sollecitazioni e al sovraccarico di informazioni, sapendo che sono a rischio le proprie risorse finanziarie? Il cervello umano funziona fondamentalmente in modo conservatore e compie le sue scelte in base allo stato di piacere o di dolore in cui si trova. Questo significa che i risultati delle operazioni finanziarie sono intaccati dall’emotività, che nulla avrebbe in teoria a che fare con i mercati.
Esiste una soluzione che non sia l’ascesi o lo yoga per distaccarsi dagli eventi del mondo (finanziario)?
Esiste, e si chiama Trading System.
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di Gli Special di Voices - 24 settembre alle 10:33
“I linguaggi al tempo di Internet” è il titolo del secondo Special di Voices, che nell’arco di un mese vedrà alternarsi l’intervento di quattro Voci autorevoli sul tema.
Iniziamo oggi con Stefano Bartezzaghi, che ci parla di creatività e regole nell’uso della lingua sui Social Network. Proseguiremo con Luca Sofri che evidenzierà le differenze tra giornalismo digitale e tradizionale, ci sposteremo poi con Telmo Pievani sul tema della scienza al tempo Internet. Come cambia il modo di parlare della scienza utilizzando la Rete? La Crowdscience non rischia di incrinare i canoni su cui poggia l’argomentazione scientifica? Infine, con Simone Gozzano, esploreremo come la Rete influenza la nostra psicologia e se tutto questo porterà a un inaridimento delle nostre facoltà cognitive – “Internet ci rende più stupidi?” – o a una nuova e differente tappa della nostra storia evolutiva.
Buona lettura!
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di Telepatia - 14 settembre alle 9:57
A leggere il report di GFK sulle Smart TV, reso noto a fine agosto in occasione dell’IFA di Berlino, si potrebbero trarre almeno due tipi di conclusioni. La prima coincide con il commento proposto dalla stessa società di ricerca: i telespettatori occidentali, rispetto a quelli orientali e dei paesi emergenti, sono ancora “analogici”. O per meglio dire, disconnessi: secondo le indagini effettuate da GFK su 16 paesi, solo il 26% dei consumatori britannici e il 29% di quelli americani, recandosi ad acquistare un nuovo televisore, si sono preoccupati che fosse connettibile alla Rete. In India la percentuale sale al 61%, e in Cina addirittura al 64%. Di coloro che hanno già acquistato una Smart TV, invece, meno della metà degli occidentali ha effettivamente utilizzato le sue funzionalità interattive; mentre tra i cinesi almeno il 75% le ha provate nell’ultimo mese.
Ma se la familiarità con le Smart TV divide oriente e occidente, a riunirli è il tipo di comportamento prevalente in presenza di un televisore connesso – dispositivo affascinante, che invita di per sé a un’esperienza di visione “aumentata”. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, questo “aumento” non è legato alla possibilità di interagire con le trasmissioni o di commentarle. Globalmente, gli spettatori che cercano informazioni sulla trasmissione che stanno guardando sono più di quelli che utilizzano le funzionalità interattive per condividere le impressioni di visione: per la precisione, il 33% in più. La curiosità, insomma, avrà anche ucciso il gatto, ma sembra fare un gran bene allo spettatore enhanced: la seconda possibile conclusione è che il compito da affidare ai televisori connessi abbia a che fare con la discovery, molto più che con l’interaction.
di piersantelli - 12 settembre alle 10:18
Questi giorni sono caratterizzati da un susseguirsi di rumors, a quanto pare molto attendibili, dell’imminente ingresso di Amazon nell’agguerrito e affollato mercato degli smartphone.

La notizia, per la verità, rimbalzava già da qualche settimana, e non sono mancate analisi particolarmente puntuali e condivisibili: ma ora un articolo pubblicato su The Verge porta a pensare che il lancio possa avvenire a brevissimo.
D’altronde è notizia ormai assodata che Amazon stia intrattenendo da tempo rapporti con il costruttore Foxconn; a questo si aggiunga che Amazon ha già sondato il terreno dei dispositivi smart con due classi (ben distinte): il Kindle, nelle sue varie configurazioni ed evoluzioni, e il Kindle Fire, un tablet basato sul sistema operativo Android anche se pesantemente customizzato.
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di .mau. - 10 settembre alle 11:46
Venerdì scorso corriere.it ha pubblicato un articolo, che dovrebbe anche essere apparso sabato sull’edizione cartacea, raccontando della querelle tra lo scrittore americano Philip Roth e l’edizione in lingua inglese di Wikipedia: trovate il resoconto anche sul Post, anche se forse coi vari passaggi lì si è persa una distinzione fondamentale che rende più complicato capire la vera ragione della diatriba.
Roth ha scritto una lettera aperta a Wikipedia e l’ha inviata al New Yorker, che naturalmente l’ha pubblicata senza indugio. Nel testo, Roth dice che un non meglio identificato “amministratore di Wikipedia” si è rifiutato di eliminare un riferimento all’interno della voce sul suo libro “The Human Stain” (tradotto in italiano come La macchia umana); un suo intermediario aveva cercato di togliere la parte di testo in cui si affermava che l’ispirazione per il protagonista del libro era giunta dalla figura del critico letterario Anatole Broyard, ma senza riuscirci. Il sysop avrebbe inoltre più o meno affermato “capisco il suo punto per cui è l’autore ad avere l’ultima parola sulle interpretazioni della propria opera, ma se non c’è una fonte secondaria questo a Wikipedia non interessa”.
La cosa divertente è che se adesso uno consulta la pagina in questione, trova le affermazioni di Roth, insieme alla citazione della fonte secondaria: l’articolo del New Yorker. Abbastanza idiota, vero? Beh, non propriamente. Qui nel seguito vi spiego un po’ più nel dettaglio cosa è successo, e poi faccio qualche considerazione più generale sulle politiche di Wikipedia, non solo quelle legate alle voci, Un doveroso grazie va a Luca Martinelli e Cristian Consonni che hanno scavato e recuperato un po’ di dati.