


di dep1050 - 22 maggio alle 12:59
Intro
Nel 2008 un uomo di nome Chris Anderson ha affermato che con il ritmo di generazione di dati attuali su Internet e la disponibilità di tools di analisi di dati sempre più sofisticati, i numeri da soli saranno sufficienti e che l’ usuale metodo scientifico sarà da considerarsi obsoleto.
Questa affermazione sarebbe passata inosservata come una delle tante amenità che si trovano in rete, se il sito web su cui era pubblicata non fosse stato Wired e quell’uomo non fosse stato il suo direttore, considerato uno dei guru di internet.
Questa affermazione ha dato il via ad una linea di pensiero per cui un numero sufficientemente grande di dati disponibili mostra spontaneamente la propria autoorganizzazione.
Si è iniziato a parlare di big data, data science e data scientist, ossia di figure professionali il cui lavoro è analizzare i dati provenienti dalla rete senza l’ausilio di modelli.Secondo questo approccio “per fare scienza” sono necessarie solo due cose: l’accesso ai dati, tipicamente attraverso qualche API (Application Program Interface, piccole applicazioni che permettono ad un sistema di rendere disponibili dati ad altre parti del sistema o ad un sistema esterno) e un database con un’interfaccia per generare grafici e report che mostreranno da soli quello che c’è da sapere: natura dei fenomeni, correlazioni, tipologia delle distribuzioni, insomma tutto quanto. Non c’è bisogno di modelli perché ”con abbastanza dati, i numeri parlano da soli” (ibid). Abbiamo già visto nella prima parte che le cose non sono cosi semplici.
di dep1050 - 10 agosto alle 11:18
Incipit.
Questo è un post agostano, quindi la storia di oggi deve essere abbastanza rilassante da potere essere letta sotto l’ombrellone. Prima di tutto quindi versatevi un bicchierone di tè freddo, mettete la musica di sottofondo ed iniziamo a parlare di teoria dei giochi.
“La Teoria dei Giochi è una disciplina alquanto vasta, il cui scopo è analizzare i comportamenti strategici dei decisori (giocatori), ovvero studiare le situazioni in cui diversi giocatori interagiscono perseguendo obiettivi comuni, diversi o conflittuali. Un ruolo centrale nella teoria dei giochi è svolto dal concetto di soluzione di un gioco, che, […] è l’identificazione di una o più strategie, da parte dei diversi giocatori, compatibili con determinate assunzioni di razionalità e intelligenza dei giocatori stessi. La teoria dei giochi può avere due ruoli diversi. Il primo (ruolo positivo) è quello di interpretare la realtà, ossia spiegare come mai, in certe situazioni di conflitto, i soggetti coinvolti (giocatori) adottano certe strategie e certe tattiche. Il secondo ruolo (prescrittivo) che è invece quello di determinare quali situazioni di equilibrio possono (o non possono) verificarsi come risultato dell’interazione dei due soggetti”. [da Agnetis - Introduzione alla teoria dei giochi].
di .mau. - 8 agosto alle 10:00
Vi è mai capitato di andare all’estero, finire in un Internet Point, e scoprire con orrore che la tastiera su cui scrivete non è quella giusta? L’esperienza di non trovare le lettere al punto giusto è scioccante, e io che ho una certa qual età ricordo con terrore il periodo alla fine degli anni ’70 in cui le RELAWIONI datate l)/% si sprecavano, visto che mi toccava passare dalla macchina da scrivere con una tastiera QZERTY e i numeri che venivano digitati come maiuscole ai miei primi(tivi) computer che avevano la tastiera QWERTY e mancavano di lettere accentate. Ma la storia di come interagiamo con i caratteri del PC è molto più complcata: iniziamo a vedere la parte relativa ai charset, cioè agli insiemi di caratteri che dovrebbero rappresentare quanto si può scrivere in una lingua.
di Paolo Artuso - 3 agosto alle 10:24
E’ sempre più difficile riuscire a orientarsi tra le innumerevoli offerte che le varie case produttrici presentano ormai quasi senza soluzioni di continuità sul mercato della fotografia digitale. Anche gli addetti ai lavori faticano a districarsi tra le tante funzioni che oggi una fotocamera è in grado di offrire.
Figuriamoci allora chi è alle prime armi, o possiede soltanto alcuni rudimenti generali di fotografia digitale. Insomma, le competenze tecniche richieste per prendere una decisione ragionata sembrerebbero essere davvero elevate e non alla portata di tutti.
I siti specializzati, a cui molti si affidano per prendere le loro decisioni e che dovrebbero aiutarci nell’orientamento, in realtà sono davvero tanti e capire quali tra questi sono i più affidabili può richiedere un duro lavoro di scouting e notti insonni. Senza contare che spesso possono complicarci la vita inutilmente. Messa così sembrerebbe non esserci alcuna via d’uscita. E da qui a finire nelle mani del primo commesso che ci capiti a tiro, oppure a fidarci dei rating che un dato modello ha totalizzato su qualche sito di e-commerce , il passo sembra breve.
Ma…è questa la triste conclusione a cui dobbiamo arrivare?
Aiutandoci con molto buon senso, e anche con alcune tesi della recente economia comportamentale, vedremo che le cose potrebbero essere più semplici del previsto. E che forse uno spiraglio per orientarsi, in primis da soli interrogandoci sui nostri obiettivi, e poi chiedendo qualche approfondimento, ma non più di tanto, a qualche esperto potrebbe toglierci dalla palude dell’immobilismo decisionale.
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di L'Ospite della Redazione - 1 agosto alle 10:02
Avete mai provato a fare un’agenda degli eventi connessi al mondo del Web e dei Social in Italia?
Provate a farlo limitatamente alla zona in cui vivete o a dare un’occhiata a quanto si organizza in giro per l’Italia.
Fatto? Sì, sono moltissimi. Il problema spesso è riuscire a seguirli o dover rinunciare ad alcuni a beneficio di altri, o a tutti (beh, a meno che non vogliate perdere il lavoro).
La scorsa settimana ho avuto una grandissima fortuna: essere contemporaneamente a Medioera e al primo Indigeni Digitali Camp, entrambi a Viterbo.

di Telepatia - 26 luglio alle 10:10
Mettiamocelo una buona volta in testa, noi addetti ai lavori, noi che parliamo correntemente, come niente fosse, di video on demand, di OTT, di social TV, di PVR, di anytime-anywhere, di Netflix, Hulu, Lovefilm e chissà cos’altro. Noi pionieri, noi che per primi abbiamo toccato, esplorato e già sondato in tutti i suoi recessi la “new TV”, questa Terra Incognita, lo dimentichiamo spesso: per chiunque altro, il concetto stesso che la televisione possa essere “nuova”, che stia diventando – sia già diventata – altro che un soprammobile (ingombrante, lussuoso, amichevole, fastidioso, divertente, indifferente), è tutt’altro che acquisito.
Il rischio è che ogni nostro slancio innovativo in questo campo, al di là del suo intrinseco valore, veda seriamente compromessa la possibilità di atterrare, mettere radici, diventare pratica familiare – nel doppio senso della familiarità, e dell’esperienza domestica e collettiva di visione. Nella prefazione ad un libro pubblicato di recente (“A tutta TV”, della giornalista Margherita Acierno), Alberto Abruzzese scrive: “finito il mondo [della televisione], non sono finiti i suoi affezionati abitanti. Si stanno spingendo a popolare Internet ma portano con sé le proprie radici. A usare le reti digitali e le magnifiche possibilità della loro connettività e interattività, c’è un utente dotato ancora di memorie e desideri televisivi”.
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