Voices

 

Manovre disostruzione pediatriche

di - 2 aprile 2014 alle 12:17

In questo campo non sono un esperto, ma vorrei esserlo, dovrei esserlo.

 

CdS, 2/8/2005

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the_last_jediFederico di nome, Jedi per passione

Da sempre appassionato di sci e di nuove tecnologie, "sostenibile" dai 7 anni di età, ora combattuto tra il “mestiere” di papà e la domotica. In rete dal 1994 per gioco, dopo la start-up del più famoso portale internet in Italia sono entrato nel Gruppo Telecom Italia per il lancio di webtv, iptv e tv 3.0 e da qualche anno mi occupo in Corporate Communication di blog e social media.

 
 

Big Data: cosa NON sono

di - 11 dicembre 2013 alle 19:04

Eccovi due storie apparentemente simili, avvenute a distanza di un secolo e mezzo. Intorno alla metà del XIX secolo, Londra era regolarmente colpita da epidemie di colera. Ai tempi non si conosceva ancora la causa della malattia, anzi non si immaginava neppure l’esistenza dei batteri: un medico, John Snow, ebbe però l’idea che potesse essere dovuta alla cattiva qualità dell’acqua. All’ennesima epidemia si mise così a fare una ricerca a tappeto per scoprire qual era la compagnia dell’acqua che serviva le case dove c’erano stati casi di colera – sì, allora c’erano compagnie concorrenti – e confrontando dati e date riuscì a scoprire la fonte contaminata iniziale da cui la malattia iniziò a propagarsi e mietere vittime. In questo modo in seguito si riuscì a bloccare i focolai di infezione sul nascere.
Nel 2009, quando arrivò l’allarme dell’influenza aviaria – il famigerato ceppo H1N1 – negli USA il CDC (centro per controllo e prevenzione delle malattie) avrebbe voluto monitorare i dati sulle persone colpite da influenza, ma si accorsero che i risultati erano sempre in ritardo di un paio di settimane, a causa dei problemi nel raccoglierli e smistarli. A Google decisero però un altro approccio: fecero un match tra le 50 milioni di ricerche più comuni sui suoi server e i dati delle ondate di influenza tra il 2003 e il 2008. L’idea è che chi ha l’influenza fa una ricerca su cosa può prendere per curarsi. Trovato un elenco di 45 stringhe di ricerca con la correlazione maggiore, iniziò a controllarli: i risultati vennero così ottenuti in tempo reale.

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Nativi digitali… o nativi seriali?

di - 4 dicembre 2013 alle 10:35

Non è un caso che il nuovo libro di Michele Serra si intitoli “Gli sdraiati”: gli adolescenti di oggi, ritratti nella loro sovrana (e orizzontale) indifferenza al mondo, sono tali soprattutto quando si tratta di TV. Anzi, di serie TV: che divorano a stagioni intere, sommando ore ad ore di bivacco sul divano (o sul letto della cameretta), naturalmente nella loro attitudine preferita, davanti allo schermo.

Ora questa attitudine è confermata, oltre i nostri confini, anche dalle ricerche. Secondo la società Voxburner, specializzata in ricerche sul target giovanile, il 24% delle persone tra i 16 e i 24 anni in Gran Bretagna pratica di norma il “binge viewing”: vale a dire,  guarda intere stagioni di serie TV, tutte insieme; se poi si considerano quelli che guardano almeno un paio di episodi per volta, la percentuale sale al 52%. Un’abitudine resa possibile dai nuovi servizi di streaming video on demand: il 44% dei giovani preferisce quelli legali, a pagamento, tra i quali Netflix resta il più popolare (38% di utilizzatori), seguito a ruota da Blinkbox (22%), Lovefilm (8%) e Mubi (7%).

Parafrasando il titolo del libro di Serra, si potrebbe chiamarli “abbuffati”: una generazione ormai estranea al concetto dell’appuntamento con il nuovo episodio, cuore della serata televisiva. Secondo Luke Mitchell di Voxburner, il “binge viewing” on demand per questi giovani è la norma; almeno quanto la singola puntata, trasmessa dai tradizionali broadcasters, è un’eccezione, confinata al mondo dei loro genitori. I nativi digitali, dunque, sono allo stesso tempo nativi seriali, destinatari naturali delle nuove scritture televisive, del nuovo modo di fare sceneggiatura di cui Netflix è capostipite: ragione di più per pensare che a questo modo sia riservato un lungo, e luminoso, futuro.

 
 

il declino di Wikipedia

di - 28 novembre 2013 alle 18:22

Il mese scorso ha suscitato parecchio scalpore un articolo sul MIT Technological Review intitolato “The Decline of Wikipedia”. L’autore, Tom Simonite, recupera un sacco di dati per mostrare come dal 2007 a oggi il numero di contributori a Wikipedia sia in costante calo, e sia sceso dai 51.000 di allora ai 31.000 attuali. Simonite raccoglie molti dati fattuali, come questo rapporto di Aaron Halfaker – rapporto finanziato dalla Wikimedia Foundation stessa, che ovviamente ha tutto l’interesse a sapere cosa sta succedendo. Il rapporto è arrivato anche in Italia: se volete sapere la mia posizione ufficiale col cappellino di portavoce di Wikimedia Italia la potete leggere su Wired, La Stampa, Treccani Magazine. E se volete sapere la mia posizione personale?

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Il digitale e la notizia. Il futuro dei giornali

di - 20 novembre 2013 alle 17:56

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“Lei investirebbe dei soldi nella carta stampata che è in crisi in tutto il mondo?” Gianni Minoli, Mix24, Radio24 19 novembre 2013

L’interessante domanda che riporto in apertura di questo post è stata rivolta al Prof. Daniele Doglio, docente di Economia dei Media prsso l’Università cattolica di Milano. Interessante perché questa parte della trasmissione, riascoltabile in podcast, risponde ad alcune domande su cui mi sono trovato a riflettere ultimamente e legate agli spazi di casa mia.

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Unificazione delle masse 2.0

di - 13 novembre 2013 alle 16:48

L’altra settimana era il compleanno di Stefano Epifani. Ci conosciamo dallo scorso millennio, e quindi ho il suo numero di cellulare: gli ho così mandato un messaggio, nel mio classico stile, scrivendogli «Che ne pensi se ti scrivo “buon compleanno”?» Spero di non ledere la sua privacy postando la sua risposta: «Penso che ti adoro, perhcé tra 1000 amici che scrivono su Facebook sono pochissimi quelli che si prendono la briga di usare un SMS!». Poi a dire il vero si è anche lamentato perché non voglio mai scrivergli qualcosa per Tech Economy, ma quella è un’altra storia (non ce la faccio fisicamente a scrivere tutto quello che dovrei scrivere… e per fortuna non mi capita spesso il blocco dello scrittore!)

Qualche giorno dopo era il compleanno di un mio ex-collega dei lontanissimi tempi in cui mi occupavo di riconoscimento della voce: non ho il suo numero di cellulare, ma un indirizzo di posta elettronica sì, quindi gli ho mandato due righe di auguri per email. La sua risposta (qui non è un grande problema di privacy, visto che non potete sapere chi sia): «Nonostante i nnumerosi “competitor” che hai, bombardati dalle notifiche di facebook (e simili) che ricordano il mio compleanno, sei sempre … il migliore!»

Avete trovato il punto di contatto?

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